E un altro anno è andato. Per fortuna, mi viene da dire. Il fatto è che ogni capodanno quello che mi viene da fare è il resoconto dell'anno che è passato. E in quest'anno di cose positive ne trovo davvero poche. Non è un piangersi addosso, per carità, credo sia semplicemente la realtà dei fatti. Lo scorso anno, bene o male, avevo trovato le piccole cose, avevo valutato che anche respirare poteva essere una cosa positiva e vivere era sembrato semplice. Quest'anno no. Quest'anno se dovessi raccontarvi un giorno felice non saprei cosa dirvi. Non c'è stato un giorno che fosse felice, non c'è stato un attimo in cui io mi sia sentita bene. Pessimismo e fastidio come direbbe la mia cara omonima. Eppure è così. Un pessimo anno, dall'inizio alla fine, dal primo gennaio al 31 dicembre. Certo, non sono mancati i momenti in cui andando al lavoro alzavo la radio e cantavo a squarciagola. Ci sono stati sempre i momenti di baci, di risate fino a tenersi la pancia,e di cene gustate e di film goduti. Ma se mi chiedeste "com'è stato il 2009?" io vi direi semplicemente "una merda". Le mie difese immunitarie mi hanno abbandonata, come mia nonna mi ha abbandonata, come ogni cosa che potesse farmi sentire bene. E io ci spererei anche nel 2010, e mentre fuori inizio a sentire i primi fuochi d'artificio e mancano appena due ore alla fine di questo giorno, io giuro che sto sperando con tutta me stessa di migliorare, di stare meglio, di non buttarmi giù ad ogni difficoltà, di essere una donna e non più una ragazzina. E mentre penso a queste cose mi viene anche da dire che ero più donna quando ero una ragazzina. Che adesso sono qui, in casa, senza aver voglia di fare qualcosa che possa assomigliare ad una festa, ad un festeggiamento, mi viene da pensare ai miei capodanni passati. Se non ci fosse fabio, giuro che tirerei fuori tutti i miei diari e leggerei tutti i 31 dicembre che ho scritto dal 1995 al 2008...e sono sicura che di cose da dire ne avrei. Ma non lo faccio, non voglio annoiare l'unica ragione di serenità che ho qui questa sera. Anzi, adesso posto questo post, vado a prepararmi per il brindisi..ovvero a mettermi il pigiama sperando di arrivare a mezzanotte sveglia...e poi, bo, poi andrò a dormire sperando, sperando che quando si dice "anno nuovo, vita nuova" si dica una cosa vera. E allora speriamo che sia una nuova vita, una nuova vita per me e per voi. Un nuovo giorno, un nuovo in put, una nuova ragione per andare avanti e come unico pensiero quello di non avere pensieri. Magari.
giovedì 31 dicembre 2009
E UN ALTRO ANNO E' ANDATO
E un altro anno è andato. Per fortuna, mi viene da dire. Il fatto è che ogni capodanno quello che mi viene da fare è il resoconto dell'anno che è passato. E in quest'anno di cose positive ne trovo davvero poche. Non è un piangersi addosso, per carità, credo sia semplicemente la realtà dei fatti. Lo scorso anno, bene o male, avevo trovato le piccole cose, avevo valutato che anche respirare poteva essere una cosa positiva e vivere era sembrato semplice. Quest'anno no. Quest'anno se dovessi raccontarvi un giorno felice non saprei cosa dirvi. Non c'è stato un giorno che fosse felice, non c'è stato un attimo in cui io mi sia sentita bene. Pessimismo e fastidio come direbbe la mia cara omonima. Eppure è così. Un pessimo anno, dall'inizio alla fine, dal primo gennaio al 31 dicembre. Certo, non sono mancati i momenti in cui andando al lavoro alzavo la radio e cantavo a squarciagola. Ci sono stati sempre i momenti di baci, di risate fino a tenersi la pancia,e di cene gustate e di film goduti. Ma se mi chiedeste "com'è stato il 2009?" io vi direi semplicemente "una merda". Le mie difese immunitarie mi hanno abbandonata, come mia nonna mi ha abbandonata, come ogni cosa che potesse farmi sentire bene. E io ci spererei anche nel 2010, e mentre fuori inizio a sentire i primi fuochi d'artificio e mancano appena due ore alla fine di questo giorno, io giuro che sto sperando con tutta me stessa di migliorare, di stare meglio, di non buttarmi giù ad ogni difficoltà, di essere una donna e non più una ragazzina. E mentre penso a queste cose mi viene anche da dire che ero più donna quando ero una ragazzina. Che adesso sono qui, in casa, senza aver voglia di fare qualcosa che possa assomigliare ad una festa, ad un festeggiamento, mi viene da pensare ai miei capodanni passati. Se non ci fosse fabio, giuro che tirerei fuori tutti i miei diari e leggerei tutti i 31 dicembre che ho scritto dal 1995 al 2008...e sono sicura che di cose da dire ne avrei. Ma non lo faccio, non voglio annoiare l'unica ragione di serenità che ho qui questa sera. Anzi, adesso posto questo post, vado a prepararmi per il brindisi..ovvero a mettermi il pigiama sperando di arrivare a mezzanotte sveglia...e poi, bo, poi andrò a dormire sperando, sperando che quando si dice "anno nuovo, vita nuova" si dica una cosa vera. E allora speriamo che sia una nuova vita, una nuova vita per me e per voi. Un nuovo giorno, un nuovo in put, una nuova ragione per andare avanti e come unico pensiero quello di non avere pensieri. Magari.
venerdì 25 dicembre 2009

Folle non è colui che non vede,
ma colui che guarda oltre,
coglie sfumature, particolari e piccolezze.
folle è chi non si ferma all'apparenza,
folle è colui che cerca l'essenza.
folle è chi ha dentro un tarlo,
un tarlo assopito nei giorni di sole,
vivace e famelico in quelli di pioggia.
folle è colui che non si appoggia
alle certezze.
folle è chi cammina ogni giorno sul filo
convinto di non cadere.
domenica 13 dicembre 2009
DELLE DOMENICHE SERA DICEMBRINE
A volte non so se odio più le domeniche sera invernali o quelle estive. Certo è che ormai odio le domeniche sera in solitudine. Non mi dispiace stare da sola, non avere vincoli d'orari per esempio e dormire fino a quando mi pare se mi pare. Solo che questi giorni si portano dietro un odore di ricordi che mi spiazza. Sento il profumo delle patate al forno di mia nonna, i vetri appannati della cucina, il sapore dei fagiolini conditi con l'aceto bianco e l'olio d'oliva, quello buono. La domenica sera per me è famiglia. Un camino acceso e chiacchiere spensierate. E invece sono qui, davanti a un computer, a scrivere un post, con un po' di musica in sottofondo, un mal di testa atroce e le luci sulle terrazze dei vicini che si accendono e si spengono e mi ricordano che tra poco è Natale. E quest'anno il mio Natale non sarà come quelli di una volta. Mancherà lei a quel tavolo, mancheranno i suoi cappelletti e il suo polpettone, i suoi sottaceti e "vally, non mangiarne troppi perchè ti fanno male allo stomaco". Odio le domeniche sera, odio le feste, odio questo senso di nausea che mi perseguiterà fino a metà gennaio. Non riesco ad essere obbiettiva, mi spiace. Non riuscirò mai a farmi piacere questo clima festoso di facciata, questo facciamo del bene perchè a natale siamo tutti più buoni. Non sarò tra le persone che affolleranno i centri commerciali in cerca dei regali più belli da fare agli amici. Per fortuna ne ho pochi e quei pochi si accontentano del pensiero. Il clima festaiolo io l'ho perso da anni. Da tempo. Da quando ho smesso di correre sotto l'albero di Natale alle 6 di mattina del 25 dicembre. Non me ne frega più niente. Non me ne frega niente del fatto che non me ne freghi niente.
domenica 6 dicembre 2009
ESISTO ANCORA?
sabato 14 novembre 2009
I POST DUVO' CH'I STA
La mi mà
la sta ti burdéll
se culèt biènch
ch'i sbaia al réighi.
La sta ti fiéur
ch'i créss dréinta ti vés
ti galitin chi znin
ch'i rògg cumè di matt
se fé de dè.
La sta tal campanini dla matéina
ch'al batt in préscia in préscia
cmè pr'e' frèdd.
La mi mà
la sta dréinta ad mè
instèca tla su vòusa
ch'la gévva: "Grazie Signuréin"
andend a lètt.
E e' mi ba e sta
t'una dunina sèca
- u m trema ancòura i znòcc
quand ch'a la vèid -
ch'la l'à pitnè sal mèni
quand ch'l'è mòrt.
La mia mamma
sta nei bambini
col collettino bianco
che sbagliano le righe.
Sta dentro i fiori
che crescono nei vasi
nei gallettini quelli piccoli
che strillano come dei matti
sul fare del giorno.
Sta nelle campanine del mattino
che battono in fretta in fretta
come per il freddo.
La mia mamma
sta dentro di me
infissa in quella voce
che diceva "Grazie Signore"
andando a letto.
E mi babbo sta
in una donnina magra
- mi tremano ancora le ginocchia
quando la vedo -
che lo ha pettinato con le mani
quando è morto.
lunedì 9 novembre 2009
Coltivo l'ozio,
come piccole margherite,
in notti gelide
dove fredde stelle violacee
si specchiano sui tetti.
Nubi mobili
celano ad intermittenza
un'arcana luna.
E da nord suona la tramontana
portando nell'aria
bianche note di neve.
Appena si intravedono
nel buio
i colori dei morti
tra le foglie di alberi stanchi.
E sulle dita
odore di arance e mandarini dolci.
Arriva l'inverno,
letargico e silenzioso.
Arriva l'inverno
condensando le parole
in brividi di fumo
domenica 8 novembre 2009
LEANNE PER IL SOCIALE...
"Avete appena sentito Fazio (non quello della Littizzetto ma quello governativo) raccomandare come ogni sera la vaccinazione assolutamente sicura contro la terribile influenza maiala nel più collaborazionista dei TG e temete di finire per credergli?
Come antidoto e vaccino alle "faziosità" ecco il contributo di questa deliziosa suorina, la Dottoressa Teresa Forcades i Vila, monaca benedettina a Barcelona e già medico internista specializzato in igiene pubblica con un master negli Stati Uniti.
Suor Teresa ha pubblicato un testo informativo sull'influenza H1N1 sul suo blog ed ha prodotto il video che vi propongo (è in spagnolo con sottotitoli in inglese), dove parla dei rischi legati al vaccino contro l'influenza H1N1 e del rischio ancora maggiore di una militarizzazione della salute pubblica a base di vaccinazioni forzate con multe e prigione per chi volesse sottrarvisi.
Il testo di Teresa è interessante per la competenza scientifica che ne traspare e per la chiarezza con la quale le tesi che esprime vengono esposte.
Oltre alla visione del video, vi propongo di seguito una sintesi degli argomenti trattati, rimandandovi alle traduzioni in italiano ( 1 e 2) del documento originale per ogni ulteriore approfondimento e per la bibliografia delle fonti.
Teresa, nell'introduzione del video, fa la storia del virus influenzale rifacendosi ad un articolo pubblicato sul "New England Journal of Medicine".
Ogni anno circolano nel mondo i tre tipi di virus influenzale: A -B- C. Essendo il ceppo C piuttosto raro, si deve assumere che le influenze che compaiono ogni anno siano causate dalla combinazione dei ceppi A e B.
Il virus A-H1N1 è lo stesso che causò la pandemia denominata "Spagnola" nel 1918 (20 milioni di morti nel mondo). Quel virus continuò a circolare in forma meno letale grosso modo fino al 1957, poi scomparve, per riapparire nel 1977 dopo che era stato risintetizzato in laboratorio durante studi sui resti di una donna Inuit deceduta nel 1918 a causa della pandemia.
Dal 1977, quindi, il virus A-H1N1 compare di frequente nel pool di virus influenzali che circolano ogni anno nel mondo. Cosa c'è di veramente nuovo nella versione di quest'anno, detta anche influenza suina? Nulla, a parte il ceppo differente: S-OIV.
I primi due casi comparsi quest'anno di influenza da virus A-H1N1 (S-OIV) risalgono al 17 aprile in California. Al 15 settembre questa epidemia ha causato nel mondo 3.559 decessi, 137 dei quali in Europa. Secondo tutti gli studi epidemiologici si tratta di un ceppo virale ad alta contagiosità ma a bassa mortalità, tenendo presente che ogni anno nel mondo si verificano tra 40.000 e 220.000 decessi per complicazioni da influenza.
Insomma, quella attuale sarebbe una variante assolutamente non pericolosa delle solite influenze stagionali. Non solo. Gli individui oltre i 60 anni mostrano una immunità del 33% maggiore rispetto al virus. Nessuna sorpresa visto che durante la loro vita hanno avuto modo di entrare in contatto già altre volte con esso.
Quello che la dottoressa Forcades nota, rispetto all'epidemia di quest'anno, è una serie di irregolarità, alcune delle quali decisamente inquietanti, che non derivano dall'elemento virale ma da quello umano.
Alla fine di gennaio di quest'anno, come documenta anche un'interrogazione del Parlamento austriaco, la casa farmaceutica americana Baxter consegnò a 16 laboratori di Repubblica Ceca, Austria, Slovenia e Germania 72 kg. di materiale destinato alla produzione di vaccino anti-influenzale che avrebbe dovuto essere distribuito in quei paesi nei mesi di febbraio e marzo.
Il tecnico di un laboratorio ceco, per eccesso di scrupolo e su propria esclusiva iniziativa, sottopose il materiale inviato dalla Baxter a test di tossicità sui furetti. Gli animali morirono tutti.
Ulteriori test rivelarono che il materiale virale era composto da una combinazione di due virus vivi e non attenuati: il virus dell'influenza aviaria, caratterizzato da bassa contagiosità ma alta mortalità, e un normale virus influenzale umano a bassa mortalità ma alta contagiosità.
Se questa contaminazione con virus vivi di un vaccino normalmente composto da virus attenuati non fosse stata scoperta in maniera del tutto casuale e provvidenziale, staremmo forse affrontando oggi una vera pandemia assai più grave di quelle paventate in questi giorni.
La Baxter si giustificò dicendo che il materiale inviato ai laboratori non era destinato alla profilassi umana ma l'inquietudine legata a questo misterioso episodio rimane. Soprattutto se pensiamo che uno dei laboratori destinatari del materiale contaminato sta preparando il vaccino contro l'influenza A-H1N1.
Altre stranezze. In aprile, come si è visto, compaiono i primi due casi di "nuova" influenza. L'11 giugno l'OMS dichiara ufficialmente lo stato di pandemia.
C'è un dettaglio importante, però, che i media non hanno riportato. Nel mese di maggio 2009 l'OMS ha ufficialmente modificato la definizione di pandemia. Se prima, con quel termine, si definiva "la diffusione di un agente infettivo in vari paesi contemporaneamente, caratterizzato da alta mortalità", dal mese di maggio si definisce pandemia semplicemente "la diffusione di un agente infettivo in vari paesi contemporaneamente". Togliendo l'alta mortalità è evidente che qualunque malattia sufficientemente diffusa a livello planetario potrà giustificare un Allarme Pandemia e le conseguenti campagne di terrorismo psicologico.
Le motivazioni di questo comportamento sono squisitamente politiche. Dal 2005, dopo i casi di influenza aviaria, l'OMS non offre più ai suoi membri raccomandazioni (sull'uso di vaccini o altri presidi) ma dà ORDINI.
Se l'OMS dice che c'è una pandemia, e oggi lo può dire anche se non ci sono i morti necessari, il governo americano è obbligato a dichiarare l'EMERGENZA SANITARIA e, per esempio, un domani, rendere una vaccinazione OBBLIGATORIA. Nel Massachussetts si stanno già studiando leggi che puniscano con 1000 $ di multa al giorno chi si sottraesse ad una vaccinazione coatta.
Suor Teresa illustra quindi i rischi legati agli effetti collaterali del vaccino contro il virus A-H1N1.
La campagna vaccinale di quest'anno presenta alcune novità.
La prima è che le organizzazioni sanitarie raccomandano di somministrare il nuovo vaccino contro il virus A-H1N1 in almeno due dosi e di non eliminare la tradizionale vaccinazione influenzale stagionale. Quindi si deduce che una persona potrebbe ricevere tre inoculazioni di vaccino in breve tempo, aumentando di conseguenza di tre volte il rischio di reazioni avverse.
Seconda novità. Nei vaccini sono presenti dei coadiuvanti, ovvero sostanze che, stimolando il sistema immunitario, ne facilitano la risposta. Ebbene, quest'anno è stato introdotto un coadiuvante di nuova concezione che aumenterebbe fino a 10 volte la risposta immunitaria, permettendo, tra l'altro, di diminuire la quantità di antigene (virus) presente nella dose di vaccino. Insomma, come succede con la droga, dovendo preparare un enorme numero di dosi, si taglia la roba con della merda.
Questi coadiuvanti, come l'associazione tra polisorbato e squalene, sono molto chiacchierati e sospettati di causare la cosiddetta "Sindrome del Golfo", una costellazione di sintomi e patologie che si manifestò per primi nei soldati inviati in Iraq durante le guerre dei Bush e che venivano sottoposti a veri e propri bombardamenti preventivi di vaccini contro ogni possibile eventualità di guerra batteriologica.
Iperstimolazione del sistema immunitario con conseguente possibile insorgenza di malattie autoimmuni, tossicità di alcuni componenti (thiomersal e formaldeide) e rischio di insorgenza di paralisi tipo Guillain-Barré.
Molto saggiamente la nostra dottoressa Forcades si domanda se abbia senso rischiare tutto ciò per evitare due-tre giorni di febbre, raffreddore e tosse.
E se il virus dovesse mutare e divenire più aggressivo? A maggior ragione il vaccino sarebbe inutile perchè non programmato per una mutazione. Per giunta non risulta che il virus A sia mai mutato negli ultimi 70 anni. C'è una legge non scritta che stabilisce che,siccome un virus troppo letale uccide l'ospite e quindi anche se stesso, non è salutare per i virus voler assomigliare tutti ad Ebola. Meglio accontentarsi di provocare il raffreddore, disturbo odioso ma assolutamente benigno.
Terza ed ultima novità legata alla "pandemia A", gli accordi che i paesi sono costretti a sottoscrivere con Big Pharma per liberarla da qualunque conseguenza legale e risarcitoria nei confronti di eventuali danneggiati dai vaccini. Non solo i BigPharmamen non saranno punibili nemmeno se nascessero legioni di bimbi con le manine attaccate alle spalle ma anche i politici che hanno firmato il patto con cotanti diavoli resteranno impuniti. Il Lodo Vaccino.
Anche il governo italiano ha sottoscritto qualcosa di simile, tutto rigorosamente mantenuto sotto segreto di stato "perchè siamo in emergenza". Citofonare Sacconi e Fazio.
La nostra Santa Teresa dell'Informazione termina il suo video con un appello alla società civile affinchè vigili su questi rischi di limitazione dei diritti civili, rappresentati da vaccinazioni forzate ed impunità per chi potenzialmente attenta alla salute pubblica.
Fa l'esempio della reazione del popolo spagnolo all'indomani dell'attentato di Madrid, quando il pupo Aznar la fece fuori dal vaso tirando in ballo l'ETA e mentendo spudoratamente alla sua gente.
Il popolo spagnolo si mosse e lo cacciò a calci in culo a furia di tam tam ed SMS che esposero le menzogne governative.
Già, in Spagna una suora incita alla rivoluzione e noi siamo quasi un popolo lobotomizzato che passa la giornata a battere la fronte contro lo schermo televisivo. Che sia proprio che ci meritiamo i Sacconi? "
lunedì 2 novembre 2009
Vieni
veloce e silenziosa.
Scendi leggera
e porta via tutto.
Togli ogni respiro
allevia i dolori.
Vieni
Ti aspetto.
Come un regalo a Natale.
Attendo la tua mano
consolatrice e definitiva.
Attendo la speranza
dell'eterna quiete.
Attutisci i tremori,
placa le instabilità.
Porta l'anima alla stasi.
Non ti cerco
ma ti aspetto.
Senza timore,
nessuna paura.
Solo il sogno
della fine di ogni pena.
sabato 31 ottobre 2009
SULLE RICORRENZE...AUTUNNALI
Io non sono una da ricorrenze. Non lo sono mai stata. Io sono una di quelle persone a cui non piace avere l'obbligo di fare le cose, e le ricorrenze pare che ti obblighino a farle. Io le cose voglio farle quando mi va. Tipo che per i giorni dei morti, credo che fosse una vita che non andavo più al cimitero. Però oggi ci sono andata, anche perchè la nonna è morta da qualche mese e non sta bene non andarla a salutare per i morti. E poi mi andava. Così le ho portato una composizione di orchidee bianche e rosa. Piccolina ma comunque bella. Non le ho neanche detto niente. Ho appoggiati i fiori davanti alla fotografia e le ho fatto un sorriso. Che poi io non lo so le cose che si devono dire ad un morto. Ci avete mai pensato? Portiamo i fiori, facciamo due chiacchiere e poi? Facile per noi che siamo vivi sentire queste cose. Ma loro sono morti. In quei loculi, alla fine, c'è rimasto solo un corpo e qualche vestito. E loro mica ci sentono. Comunque, fatto sta, che il cimitero dove è sepolta mia nonna è grandissimo e bellissimo. Abbiamo anche la tomba di Pantani, per dire. Che io non so neanche dove sia, però so che c'è. Così, visto che non piove e c'è un po' di sole, penso che aggirarmi per le stradine di ghiaia del cimitero, in mezzo ai tombini e alle cappelle delle famiglie più ricche, sia un buon modo per festeggiare halloween. Mica niente di così orrido o spregevole. A me camminare nel cimitero, sinceramente, piace. C'è questo silenzio surreale, ci sono lapidi vecchissime, foto in bianco e nero di persone morte quasi un secolo fa. Mausolei impressionanti, che se solo avessi avuto la macchina fotografica con me e non ci fosse stata tanta gente non avrei esistato a fotografare. E si vedono ragazzi giovani, morti chissà come e chissà perchè. Tombe di bambini stracolme di pupazzi, cuori, e lacrime di madri che hanno perso tutto. La sensazione di essere anche troppo fortunati ad essere arrivati a quasi 30 anni, la sensazione di essere, invece, molto lontani ai 95 anni della signora coi capelli bianchi della foto nella croce di fianco. E camminando lì in mezzo, tra nomi, date e fotografie sgranate, penso che la vita e la morte siano divise da un filo sottile. Basta un semplice respiro a capire che una persona è viva. Basta un semplice non respiro a capire che non lo è più. E lo sa anche il vecchietto davanti a me, mentre esce dal cancello di ferro, si gira verso le anime, si toglie il cappello con una mano e con l'altra saluta. Non si fa il segno della croce, saluta con la consapevolezza che non passerà molto tempo da qui a che anche lui riposerà in pace per l'eternità.
domenica 25 ottobre 2009
QUANDO ERO PICCOLA IO GLI ACARI DELLA POLVERE NON ESISTEVANO MICA!

venerdì 23 ottobre 2009
BASTA POCO...
Basta poco, per davvero. Dopo una mattina in cui ti svegli ed è ancora buio, hai ancora gli occhi un po’ chiusi dal sonno e la pioggia batte costante sui vetri delle finestre. A fatica scendi le scale e ti metti in macchina, ti accodi ad altre macchine condotte da uomini e donne ancora addormentati come te. E fai il viaggio verso il lavoro con la foschia che nasconde le case, nasconde i fossi, le strade. Il tepore che esce dal condizionatore in modalità invernale e i tergicristalli che ti ipnotizzano. La pioggia. La pioggia che continua incessante, sulla statale dalle luci spente, la sensazione di stare sognando, avvolta in questo cupo onirico di nuvole dense e cariche. Basta poco, dicevo. Basta poco a risollevare l’animo. Basta il sole del pomeriggio, tiepido e rassicurante. Il cinguettare degli uccelli sopra agli alberi bagnati. Tre mosche che si rincorrono e schizzano nelle pozzanghere che piano piano si stanno asciugando. Basta questo. Basta un gesto. Il mio cappello grigio, il mio cappotto, la mia sciarpa a righe. Questo basta a pensare che l’autunno sia una stagione fin troppo bella.
ESSENZE....
Avrei potuto scrivere un commento al post della mia amica che parlava di un profumo che le ricordava dei momenti bellissimi. Sarebbe bastato, dico…in fin dei conti un commento è sempre meglio di niente. E invece, mentre stavo lì a pensare a questo commento, mi sono venute in mente troppe cose da dire…e allora un commento sarebbe stato poco. Così, visto che si parlava di profumi, io mi sono messa a pensare che i profumi, in fin dei conti, sono come le canzoni…uno per ogni occasione. Io ne ho tanti che mi riportano in luoghi e in stagioni diverse. Può essere inverno pieno, eppure se mi spalmo la crema al tiarrè ritorno sui monti del Fumaiolo, cammino verso la sorgente del Tevere, tocco la corteccia degli alberi, abbraccio il loro tronco. Per il me il Tiarrè è odore di un amore sbocciato proprio tra quei sentieri. Poi c’è l’ambra liquida. Se sono triste, l’ambra liquida mi porta il sole dell’autunno dentro. Mi ricorda la fine dell’estate, il respiro regolare, il paradossale risveglio dal letargo estivo. E’ la voglia di mettersi una felpa e la maglia di cotone, di tirare fuori dal cassetto foulard piegati e stirati. Mi piace il profumo all’ambra. Mi fa sentire viva. Ma ancora più viva mi fa sentire la mirra. La mirra per me è la primavera, le giornate che si allungano, i giorni con più luce e le piogge improvvise. E’ l’odore di boschi che si risvegliano e passeggiate in bicicletta. I giorni tristi che portano lentamente all’estate ma che ancora non sono estate. L’estate, invece, mi viene in mente quando uso il mearhes. Lo sento sotto la pelle come l’umidità e il calore del sole cocente, come le sere di luglio, cercando il fresco in mezzo a un prato. E poi ci sono la mandorla, il tè bianco, l’amarillis che adesso come adesso non mi ricordano niente, però quando li spruzzo sento come un qualcosa che si muove nello stomaco, un piccolo sussulto che mi fa capire che anche loro sono legati ad un ricordo e ad un’emozione. Ad un bacio, magari, ad abbraccio dopo una lite, ad un sorriso dopo un pianto. Ogni profumo, come ogni canzone, che ci appartiene, ci lega a qualcosa. Sia questo qualcosa di brutto, si questo qualcosa di bello allora e il cui pensiero, adesso, ci fa male. Ha segnato, con la sua scia, un momento della nostra vita, un giorno che, volenti o nolenti, profumo o non profumo, non saremmo comunque in grado di dimenticare.
domenica 11 ottobre 2009
IL PRIMO GIORNO D'AUTUNNO
Oggi è il primo giorno d'autunno. Me ne accorgo solo ora, sotto un cielo grigio cupo, che le foglie hanno cambiato colore. E se prima erano di un verde acceso, durante la notte pare siano mutate. Mi sveglio ora, dal torpore del sonno estivo, anche se da settimane ormai è passata quell'afa che non mi faceva respirare. E sono stata bene, e ho fatto cose, e ho passeggiato, e ho chiuso la mente ai cattivi pensieri. E sembra che tutto sia risolto, svanito, come una di quelle bolle di sapone che facevamo da bambini, argentate, con l'arcobaleno dentro. Poi apro la finestra e mi accorgo che è autunno. Mi rendo conto che quella stagione che mi faceva sentire in un limbo protetto è finita. Adesso è il momento di fare i conti con i ricordi. Ottobre è il mese della malinconia. E fino ad ora alla malinconia e alla nostalgia non ci avevo pensato. Volevo vivere il presente, lo voglio vivere ancora. E invece l'autunno mi fa tuffare in un passato di libri e matite. Di giorni nebbiosi e tristi. Ma scruto meglio dai vetri un po' appanati, o forse proprio sporchi, e a tratti vedo il sole che cerca di bucare le nuvole dense che si sono accalcate proprio sopra a questa piazza che oggi mi sembra così vuota. E penso che ogni stagione ha i suoi colori, ha le sue ore buie e le sue ore di luce. Che se la sera scende prima non significa che sarà sera sempre. Che le foglie di questi alberi ormai spogli domani da questo arancione stanco torneranno ad essere vive e brillanti. Penso che io stessa sono come le stagioni, penso al mio buio e alla mia luce. Penso che un giorno può essere verde e un giorno può essere arancione. Penso che è tempo di zucche, arance, mandarini e cachi. Penso che alla fine l'arancione non sia un colore così triste.
lunedì 5 ottobre 2009
Si apre l'alba
dal buco della serratura.
E le membra si svegliano
riscaldandosi alla luce del sole.
Corrono i campi
come sequenze cinematografiche
tra il chiaro-scuro
dell'ombra degli alberi.
Un passo
due passi
tre passi.
Camminano leggeri
i pensieri uniformi.
Il silenzio si spande nei fossi
il tempo raccoglie
l'abbaiare dei cani
e odore d'autunno
dai cachi non ancora maturi.
Torna piano piano
il rumore di vita.
E' mezzogiorno nelle vie,
è mezzogiorno nelle case.
E voci di bimbi affamati,
di mamme indaffarate,
voci di piatti
pentole
pendole
cucchiai
tintinnii di bicchieri
e profumo di lasagne al forno.
E' mezzogiorno dalle finestre aperte.
Mezzogiorno nell'acqua della fontana
nelle panchine del parco.
martedì 15 settembre 2009
Sono solo una mano che scrive.
Due dita che stringono una penna
e la fanno scorrere veloce
su un foglio bianco.
Sono solo due occhi che guardano,
seduti su una panchina,
il mondo che li circonda.
Sono una bocca chiusa
l'orecchio teso
ad ascoltare i brusii,
le vostre vite,
il rumore dei vostri passi sulla ghiaia.
Sono solo un pittore di pensieri,
disegno con le parole
quel che l'anima vuole
gentile o no che sia.
Sono solo ingenuità,
purezza, umiltà.
Sono l'essenza e il concreto
di semplici visioni.
Sono un'ombra che si perde
una presenza costante
un soffio che vi scosta i capelli dal viso
la malinconia che non avete vissuto.
Sono carta straccia,
polpastrelli tinti di inchiostro nero.
Sono solo lettere
solo sonetti.
Sono solo metriche
rime e cadenze.
Sono solo un poeta.
domenica 13 settembre 2009
HO STRETTO LA MANO AL MAESTRO...DUE VOLTE!
“Pavana è un ricordo lasciato tra i castagni dell'Appennino”.
A volte bisogna accontentarsi. E' necessario che ci si renda conto che non si deve esagerare, che ogni cosa che ci viene data è un regalo e non possiamo sempre pretendere di più. Ho stretto la mano al maestro, due volte. E questo non mi è bastato. Avrei voluto parlare un po' con lui, avrei voluto ritrovarmi in una serata goliardica insieme a lui, alla sua chitarra e alle sue canzoni. E ci è mancato poco. Forse è proprio per questo che non mi era bastato bussare alla sua porta, quasi entrare in casa sua, trattenuta da Fabio che mi faceva presente che anche se la porta era aperta, era una proprietà privata e la violazione di domicilio è un reato. Non mi era bastato dirgli con gli occhi lucidi e le gambe che mi tremavano “Maestro, siamo venuti a disturbarla”...”Ditemi” ha proferito con la sua voce cavernosa ma bonaria. “Niente, volevamo ringraziarla”....poi devo aver detto di tutto tranne qualcosa di intelligente e interessante...tanto che il telefono di casa sua ha suonato. In realtà abbiamo il sospetto che nella tasca dei pantaloni tenga un telecomando che faccia suonare il telefono a suo piacimento per liberarsi dei rompicoglioni. Comunque una foto con la sua mole appoggiata sulla mia spalla. Un “ragazzi, adesso devo andare perchè stavo scrivendo” e la speranza di trovare qualcosa di suo e di nuovo a brave da ascoltare. E siamo andati via. Io non mi tenevo più, mentre attraversavamo il portone verde passando per la stradina ghiaiata pensavo che sarei potuta anche morire che tanto nella mia vita avevo fatto tutto quello che volevo fare. “ho stretto la mano al maestro...due volte” continuavo a ripetere tra risolini isterici mentre passavamo da un ciglio all'altro della Porrettana.
Per tutto il pomeriggio, non ho fatto altro che sperare che in questi giorni si presentasse al Mulino di Chicon dove eravamo alloggiati. Visto che lui e i proprietari sono parenti, visto che in quel Mulino lui ci è cresciuto, avrebbe potuto benissimo fare un giro in quei giorni. Ma si sa, io sono una che con la fantasia viaggia fortissimo, e quella speranza la avevo accantonata mentre mi stavo vestendo per scendere a valle ed andare a cena. Dopo aver mangiato in uno dei più squallidi ristoranti di tutta Italia, siamo tornati verso la nostra dimora...e ci siamo accorti di un discreto numero di auto parcheggiate nel vialetto. Appena scesa dalla macchina, ho guardato verso le finestre della cucina del Mulino. E non potevo credere ai miei occhi...il Maestro era li, vestito come il pomeriggio, con il suo maglioncino rosso e la camicia azzurra. Ho iniziato a saltare e ho cominciato a pensare che non sono poi così fantasiosa come credevo. Cercavo espedienti per entrare, ma non mi sembrava educato disturbare una cena intima come quella. Ho pensato che avrei potuto inventarmi qualcosa, una bomba, lo scoppio della caldaia. Ma alla fine non ho fatto altro che uscire ogni mezz'ora per controllare se avessero finito di mangiare. In cuor mio speravo si mettessero a cantare, così mi sarei aggregata al coro e via andare. Ma non è successo. Nascosta dietro alle tende della nostra camera ho visto il Maestro scendere per la stradina insieme alla sua compagna e ad alcuni amici. Avrei potuto salutarlo, avrei potuto fermarlo. Ma non l'ho fatto. Non l'ho fatto perchè appunto ci si deve accontentare. La mia dose l'avevo già avuta. Il mio giorno magico, la mia illuminazione c'era già stata, se pur breve, e non potevo chiedere altro. Mi sono limitata a guardare la sua schiena andarsene e a sentire Fabio che continuava a dire che alla fine è una persona come tutte le altre. Si, è vero, è una persona come tutte le altre, una persona che non si rende conto di quanto possa smuovere gli animi della gente. Non si rende conto dei brividi che le sue parole provocano. Nella sua umiltà, nella sua immensa modestia, lui vive bene. E se è una persona così è anche merito dei luoghi in cui è cresciuto. Perchè qui, in questo post, non c'è solo Guccini. Ma c'è anche Pavana. Perchè Pavana è un posto che si conosce solo perchè ne parla lui, ma è uno di quei luoghi che dovrebbero essere visti. Pavana è questo paesino che è diventato comune da qualche mese. Piccolo, piccolissimo, poche case, un cimitero, una chiesa (ovviamente chiusa. Io non lo so, ma tutte le chiese in cui vorrei entrare, hanno questa cosa dell'essere sempre chiuse quando vado io). Però Pavana è divisa in due. C'è quella di sopra, più moderna, con un paio di strade in cui si passa anche in macchina, e Pavana di sotto. Un agglomerato di casupole arrancate in salita, con viottoli acciottolati e bambini che corrono giù per le scarpate. Pavana per me è il rumore del Limentra che scorre vicino al Mulino, il verso dei cinghiali nel cuore della notte. Pavana sono quattro cuccioli di gatto che hanno giocato con me sulle scalinate, vicino a un portone verde. Pavana è un'anziana signora che si è affacciata da un cancello e ci ha fatti entrare nel suo giardino perchè vedessimo la sua tartaruga e poi in casa per mostrarci i quadri di suo figlio pittore. Pavana è un profumo che non sentivo più da anni, un retrogusto di uva matura e miele di acacia. E' l'autunno che si intravede nel giallo delle foglie che oscillano e cadono portate dal vento. E' una diga in mezzo all'Appennino. Pavana è il mascarpone delizioso della Caciosteria. E' la gentilezza e la semplicità di Silvano e Maria Rosa. E' un sentiero segnato, uno zaino sulle spalle (di fabio), e la sensazione di essere arrivati in un posto giusto. Pavana è il nulla. E' il silenzio dei pensieri. E' il cane della casa all'angolo che abbaia ma non irrita. Pavana è divisa da una strada trafficata eppure è come se quella strada non esistesse. E' un paese fantasma, che si perde nella nebbia di novembre. E' una malinconia che ci si porta dentro. E' la sostanza delle piccole cose, dei sentimenti puri. Pavana è un ricordo che mi porterò dentro per sempre. E' un posto sicuro, un angolo di sospiri e giorni che passano senza cambiare nulla.
lunedì 7 settembre 2009
Aspettavi il treno delle otto,
chiusa in un cappotto grigio.
I tuoi occhi erano di uno strano ceruleo
e i capelli biondi nascosti da un cappellino
stile anni trenta.
Al collo portavi una sciarpa
e i suoi colori,
per un istante,
hanno portato alla memoria
luoghi magici che vedevo solo nei sogni,
da bambino.
C'era la nebbia quel mattino.
Mi guardavi distratta
e, di tanto in tanto,
spostavi lo sguardo
dalla punta dei tuoi stivali di pelle
alla punta dei miei mocassini marroni.
Sentivo il rumore delle onde in lontananza,
potevo immaginare l'odore
del mare in tempesta.
Arrivò il treno,
il nostro treno.
E mentre salivo sul predellino
tirasti la manica della mia giacca.
Un sorriso di denti bianchissimi,
una fitta al mio povero cuore.
"Le maree sono più facili da dipingere
se vedi il sole specchiarsi ad un muro"
dicesti.
La scia del tuo profumo
si dissolse tra la folla.
La mia unica certezza
era che quel viaggio lo avrei fatto da solo.
Il mio unico tormento
l'essermi chiesto
per tutta la vita
cosa avessi voluto dire
e se mai,
un giorno,
avrei potuto capirlo.
giovedì 3 settembre 2009
C'E' SEMPRE UN PERCHE'
C'è un momento. E' il momento in cui tutto diventa chiaro, in cui tutto, ad un certo punto, sembra semplice. E' il momento in cui lei tende le piccole braccia verso di te, come se ti conoscesse da sempre, come se si fidasse. E forse proprio perchè si fida, con le sue manine prende le tue mani e fa leva per alzarsi. Sa che la proteggi, sa che con te come sostegno non può accaderle nulla. E' in quel momento che capisci cos'è l'istinto materno, cosa scatta nell'animo delle donne quando iniziano a provare l'irrefrenabile desiderio di mettere al mondo un figlio. Non è solo il fatto di poter dare alla luce una nuova vita, non è solo l'istintiva necessità di prendersi cura di qualcuno. E', forse anche un po' egoisticamente, il bisogno di sentirsi indispensabili. Lei sta lì, ti guarda, ride, accenna qualche passettino barcollante per poi rimettersi a carponi. Lei sta lì e sa che può contare solamente su di te, sulle tue braccia forti che la sorreggono, sulla mano che le appoggi davanti alla faccia perchè non sbatta il naso mentre sta per cadere. E' la necessità di sapere che qualcuno necessita di te per crescere e camminare. E' la necessità di sentire che servi a qualcosa...che servi a qualcuno.
Te ne sei andata in un giorno giallo
assorbita da polvere e umidità.
C'era la luna piena quella notte
e tutti ti hanno vista sparire.
Cadeva il silenzio
sulla piazza deserta,
il sole condensava ciotoli arroventati.
E sulla strada offuscata
pedalava un bimbo allegro
forse ignaro del tuo addio.
Te ne sei andata in un giorno giallo
un giorno in cui indossavi una maglia arancione
e dei pantaloni larghi.
Ho spiato dai vetri,
nascosto dalle tendine verdi ricamate.
Mancava una rosa rossa nel giardino
e il tuo sangue
gocciolava ancora tra le sue spine.
lunedì 24 agosto 2009
UN TEMPO FUI UNA CICALA...

Oggi sono una formica...e se nella storia della cicala e della formica che tutti conosciamo, la cicala rimane inculata (ops, scusate il francesismo!), io penso sia peggio essere formica. La cicala canta, si gode la vita. La cicala vive giorno per giorno e non pensa al domani. Non è previdente, la cicala. La cicala coglie l'attimo, se la spassa...è un'epicurea la cicala. Amante del divertimento e senza pensieri. La formica, al contrario, lavora, pensa al futuro, pensa all'inverno e a come farà a sopravvivere. Mette da parte, si fa un mazzo tanto, si preoccupa di come sarà. Non ha un attimo per svagarsi, si rimbocca le maniche e al massimo canticchia raccogliendo i chicchi. Ovviamente è tutta una metafora. Non è una questione di lavorare sempre...è una questione mentale. Vorrei essere ancora cicala, come una volta. Vorrei morderla questa vita, non preoccuparmi di quello che sarà. La vita è breve...me ne accorgo leggendo i giornali, me ne accorgo ogni giorno...eppure mi preoccupo di come sarà un domani. Metto da parte, le mie conoscenze, le mie energie perchè potrebbero servirmi domani. Ma se non ci fosse un domani? Avrei riservato a me stessa la possibilità di vivere cantando, di vivere senza pensieri, di vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo. Vorrei essere una cicala...odio essere una formica. Vorrei essere una cicala che si ripara all'ombra dell'erba, e che, anche se sa che in inverno morirà di fame, non smette di vivere come piace a lei.
mercoledì 12 agosto 2009
Sono cresciuta
seduta sull'erba,
su sassolini appuntiti
che bucavano la carne
ignorandone il dolore.
Sono cresciuta
aggrappata ai rami
di alberi in fiore
graffiandomi le mani
sulla ruvida corteccia.
Sono cresciuta
con l'odore di pesca
albicocca e ciliegia
nelle narici,
col profumo del sole
nei campi di grano.
Ho toccato la neve fredda,
ho camminato scalza
sulla terra arida.
Sono cresciuta
con cieli stellati negli occhi
con il canto del cuculo
e nugoli di formiche
tra le dita.
Sono fatta di albe e tramonti,
miagolii di gatti randagi
lamenti di cani zoppicanti
raccolti dalla strada.
Sono cresciuta
calpestando papaveri,
rincorrendo farfalle
e catturando cavallette.
Sono cresciuta
nascosta in una casina di legno,
con una sola finestra
e le tende rosa
un lucchetto arrugginito
chiudeva la porta.
Sono cresciuta
saltando pozzanghere
col fango sulle scarpe
e i pantaloni bagnati.
Sono cresciuta
camminando per vie
illuminate dalla luna,
disturbate dal canto dei grilli.
Sono cresciuta
e sono il riflesso di quello che ero.
Foto mia
domenica 2 agosto 2009
RICOMINCIO DA QUI
Ok, facciamo un respiro profondo e andiamo avanti. Andiamo avanti perchè avanti si deve andare, perchè la vita continua e dovremmo cercare di arrivare il più integri possibile alla fine...almeno, questo è l'obbiettivo che mi sono data. Arrivare alla fine senza tante storie. Tanto ci tocca vivere. E allora tanto vale cercare di farlo nel modo più sereno possibile. sono più di due settimane che non scrivo. Non so se sono stata così poco presente sul blog come in questo periodo, però sono due settimane che non scrivo. In queste due settimane non sono stata bene, e di scrivere non mi andava. Ho passato momenti in cui non smettevo di piangere, serate dal caldo insopportabile e dal mal di stomaco continuo, mattine in cui doveva venire mia madre a raccogliermi dal pavimento del bagno, ad asciguarmi le lacrime e a portarmi al lavoro. No, decisamente non sono stati giorni facili. Il caldo mi taglia le gambe, mi fa venir voglia di morire. Ma abbiamo detto che dobbiamo continuare a vivere, e allora facciamo qualcosa. E in questo fare qualcosa è anche compresa l'assunzione di paroxetina gentilmente prescritta dal mio medico di base. A parte i primi giorni di nausea costante e voglia di suicidarmi, direi che sta iniziando piano piano a fare effetto. Odio prendere medicinali, e così ho cambiato anche analista. Dopo due anni emmezzo con la solita, mi sono resa conto di non essere arrivata neanche lontanamente al nocciolo del problema e non solo di non averlo risolto, ma neppure di averlo capito. Quindi, si è cambiato. Mi dicono che una terapia per sistemare persone con la mia patologia dovrebbe durare pochi mesi...io sono stata in cura quasi tre anni...e in quei tre anni ho avuto momenti in cui sono stata bene...ma da qualche mese bene non sto più. Non so quale sia il punto. Ho solo deciso che vorrei vivere una vita normale. Come tutte le donne della mia età. Non dico di andare a ballare, non mi piace andare a ballare, ma almeno di riuscire a fare le cose base, di andare ad una cena di compleanno, di riuscire ad entrare in un supermercato senza fare le cose di fretta, di poter visitare posti, fare viaggi in macchina, e magari anche in aereo. Partirei dall'Italia...abbiamo luoghi magnifici e io non ho la forza per andarli a vedere. Non va bene. Non è così che deve andare. Voglio una vita decente. E allora ho avuto il primo incontro con la nuova psicologa...mi è piaciuta molto di primo impatto. Mi ha fatto delle domande, mi ha chiesto un sacco di cose, mi ha spiegato a grandi linee la sua terapia. E mi ha chiesto se voglio sapere da dove deriva il problema o se semplicemente voglio star bene. Non so...a questo punto mi va bene anche sistemarmi e basta. che cosa me ne frega da dove deriva tutto? Voglio solo respirare. I momenti bui ci sono per tutti, i momenti di tristezza, di sconforto...per carità, non voglio sempre essere felice e contenta...ma non voglio farmi prendere dal panico sempre, non voglio avere le gambe di marmo e lo stomaco in subbuglio tutte le volte che devo affrontare qualcosa che per le persone normali è routine. Voglio solo stare bene. E intanto aspetto settembre, aspetto l'aria fresca, aspetto di riuscire a dormire. Per il momento mi sono accontentata di un week end sul mio monte, dove ho sfruttato tutte le ore possibili per il riposo. Voglio essere una persona diversa, per me, per chi mi sta vicino, per mia madre che non ha certo bisogno di occuparsi anche di me in questo periodo. Voglio vivere una vita tranquilla. Chiedo troppo?
martedì 14 luglio 2009
Gli amori che nascono in estate
sanno di chiaro di luna
e di sabbia tra i capelli.
Hanno il profumo della crema doposole
al tramonto
lasciano i brividi sulla pelle
a mezzanotte.
Gli amori che nascono in estate
hanno il sapore di ananas e cocomero
mangiati all'ombra di un gazebo
e punture di zanzare alle caviglie.
Sanno di finestrini appannati
di utilitarie nei campi di grano
di gambe intrecciate
e schiene dolenti
al mattino.
Gli amori che nascono in estate
hanno i baci che sanno di cloro
salsedine e pelle dorata.
Hanno il rumore di ciabatte infradito
sui ciotoli dei parcheggi poco illuminati.
Hanno il colore dell'alba,
il sonno di due ore
che portano negli occhi arrossati
il giorno seguente.
Gli amori che nascono in estate
non hanno orari,
vivono di un ritmo tutto loro,
hanno un'energia incontenibile.
Suonano di canzoni passeggere,
ballano all'accavallarsi delle onde
in feste sulla spiaggia.
Gli amori che nascono in estate
non hanno tempo,
vivono solo per quella stagione.
Lasciano ricordi,
profumi tra i capelli, sui vestiti,
sapori di lucidalabbra e dopobarba.
Svaniscono pian piano,
col treno di settembre,
dentro a zaini colorati,
tristemente se ne vanno.
lunedì 13 luglio 2009
Non mi servono tombe
per parlare coi morti.
Ogni fisicità,
ogni concretezza,
nel momento del trapasso,
svanisce.
E' l'anima che rimane,
tangibile,
reale.
E' con l'anima che parlo
non con una fotografia.
Parlo
non prego.
Non so pregare.
Io parlo
con chi voglio mi senta,
con quello che ne è rimasto.
Non è un vaso di fiori
davanti ad una croce
a far la differenza.
E' quello che si dice
Io
sono io quel gatto
sono lo stesso gatto
che passeggia lento sul cornicione.
Sono io,
che, incurante del vuoto,
faccio un passo indietro
e salto.
Tre piani
di indescrivibile libertà.
Sono io,
che con un tonfo,
su quattro zampe,
atterro senza graffi nè lividi.
Sposto il muso verso l'alto,
non mi spaventa il balzo che ho fatto.
Sono viva,
integra,
pronta alla prossima prova.
Sono io
quel gatto grigio
che passeggia lento,
sul cornicione
e non teme più nulla
L'acacia di Costantinopoli
fa ombra ai pensieri.
L'ultima volta
eri qui
seduta sotto lo stesso albero.
Mangiavi ciliegie,
parlavi con me.
Se chiudo gli occhi
ti sento
nel sublime, instancabile
cantare delle cicale.
Sei nelle foglie dell'ulivo
che ondeggiano al vento
e cambiano colore
ai raggi del sole.
Ti sento
nel profumo dell'erba appena tagliata,
nel cinguettio di allegri passerotti estivi.
Ti vedo
nelle ali delle rondini stanche.
L'ultima volta
eri qui
e non sapevi sarebbe stata l'ultima.
Io, in cuor mio,
lo sapevo bene.
E fotografai l'immagine.
I tuoi occhi
la tua maglia grigia
il tuo sorriso.
Nitidi ora, in questo istante assorto
sereno
di un lunedì pomeriggioo d'estate
i tuoi movimenti riappaiono.
E ti sento con me
domenica 12 luglio 2009
12 LUGLIO...UN ANNO DOPO
Di quel giorno ricordo tutto. La cosa strana è che quando si dice "un anno" sembra tantissimo. Poi, invece, quando ti guardi indietro, ti accorgi che quei 12 mesi sono passati volando. Un anno. Che davvero, a dirlo così, adesso, sembra così poco. Proviamo con 365 giorni. Sono tanti 365 giorni, ma a me sembra comunque ieri. 365 giorni fa ero andata via, da sola, in un posto dove volevo ritrovare me stessa. Ero in un posto fresco, in un albergo in mezzo al bosco. E la prima sera che sono arrivata lì, non avevo nessuna paura, così, dopo cena, mi sono incamminata tra gli alberi. Non so cosa stessi cercando. Forse solo un po' di serenità. Forse volevo solo stare bene. Forse non stavo cercando neanche niente. A volte si cammina e basta, senza una ragione. A volte si cammina solo per schiarirsi le idee, trovare soluzioni e risposte agli enigmi esistenziali. Camminavo. E mi sedevo sulle foglie secche. In cuor mio, ero quasi sicura che lui non sarebbe venuto e già mi preparavo alla delusione e pensavo a come avrei vissuto da quel punto in poi. E invece...bè, invece la storia la sapete un po' tutti. Il mattino seguente mi sono stesa sul prato e ho aspettato. Aspettavo di vedere una persona che non avevo mai visto, di parlare faccia a faccia con quella persona per vedere se le emozioni che mi provocava fossero vere anche stando l'uno di fronte all'altra. In quel momento ho capito due cose: nella vita non si può mai essere certi di nulla e allo stesso tempo si deve provare. Non conta non avere più 16 anni, le farfalle nello stomaco non hanno età. Pensavo che io 16 anni non li avevo più, eppure mi sentivo una sedicenne. Pensavo che la situazione non sarebbe stata facile e ho lasciato che lui facesse le sue scelte. Pensavo che avrei pianto. ho pianto. Pensavo che fosse la mia anima gemella e oggi lo penso ancora. Dopo 365 giorni. Lui adesso, ogni tanto, mi guarda e ridendo mi dice che sono stata sfortunata ad incontare lui. Io lo guardo e rido...e intanto penso che non ha proprio capito niente dalla vita.
IN BIANCO E NERO
Questo blog ha lo sfondo bianco. Ha lo sfondo bianco perchè io non sono una persona cupa e tetra come potrebbe sembrare da almeno gli ultimi 45 post. Questo blog ha uno sfondo bianco, perchè di norma, io dentro sono una persona bianca. Penso positivo, anche nelle difficoltà. Io sono una persona che si lascia prendere dallo sconforto, che si butta giù con un niente, ma che poi risale sempre. Io sono una persona bianca dentro. E visto che questo blog ha lo sfondo bianco, io voglio continuare a scrivere le cose bianche che scrivevo prima. Una volta scrivevo persino a colori, poi ho smesso. Io voglio che qui, su questo blog dallo sfondo bianco, si scrivano solo cose bianche da adesso in poi. Io non voglio più piangere, io devo andare avanti. Conosco persone che hanno blog con lo sfondo nero perchè sono nere dentro...hanno il loro male interiore che le tortura ogni giorno. Poi magari capita a loro il giorno buono e scrivono in bianco. Io funziono al contrario. Son bianca di base...con picchi di nero di tanto in tanto. Oddio, di tanto in tanto mi sembra un po' azzardato in quest'ultimo periodo. Diciamo che è stata un periodo nero un po' lungo. Però adesso basta. Io non voglio più essere nera dentro. Eppure dovrei essere in lutto...eppure quello che è successo mi ha dato una strana forza. La consapevolezza della morte è la consapevolezza della vita stessa...vivere. Io voglio vivere in bianco. Ho visto, ho sentito, ho parlato di troppe cose nere. Adesso basta. Io dentro sono bianca e torno a scrivere in bianco...forse.
venerdì 10 luglio 2009
QUELLO CHE RIMANE...SE RIMANE QUALCOSA
Mi sono chiesta spesso, quando passavo davanti alla casa di qualcuno che era morto da poco, che clima regnasse in quella casa. Magari sapevo che quel giorno c'era stato il funerale e pensavo che tutto si muovesse lento, al buio, in silenzio in quella casa. Che le perisane sarebbero state chiuse per un po' di tempo, che chi era rimasto non si sarebbe alzato dal letto, per un po' di tempo. Mi sono chiesta spesso "e adesso? come vivono adesso che quella persona non c'è più? Non mangeranno, non dormiranno, piangeranno soltanto. così, per giorni e giorni". Cosa rimane quando qualcuno se ne va? Me lo sono chiesto spesso, e me lo chiedo anche adesso. Adesso che sono qui, dopo aver visto mio nonno sedersi sulla sedia accanto alla bara di mia nonna, ancora aperta. Lei, il vestito buono, un foluard rosa al collo, tra le mani un rosario rosso che profumava di rosa, che le avevo regalato io quando sono andata a Roma. Lei, un accenno di rossetto sulle labbra, le unghie viola, la carne fredda. Lui, accovacciato accanto, che le accarezza la fronte. Ricurvo, piegato dal doloro e col viso rigato di lacrime. E in quel momento mi sono sentita morire. Ho pensato che dopo 60 anni che ti alzi con una persona, che vivi la tua giornata al fianco di quella persona, ogni giorno, che vai a dormire quando va a dormire lei, che fai colazione con lei, che pranzi e ceni con lei, ogni giorno, per 60 anni, deve per forza venirti a mancare un pezzo di cuore. Se penso a quante volte li ho sentiti discutere, se penso a tutto quello che diceva mia nonna a mio nonno...non gliene faceva passare una liscia, mai!...se penso a quanti rospi ha ingoiato lui...mi viene da sorridere. Sorrido mentre piango perchè credo di non aver mai visto una scena tenera come quella che mi si è presentata davanti oggi. Lui...lei...insieme per l'ultima volta. L'ultimo giorno di quei tanti giorni passati insieme, l'ultimo giorno di quei 60 anni vissuti insieme. Quando lei è morta, c'era proprio lui accanto a lei. Non erano mai rimasti soli da quando la malattia l'aveva peggiorata e lei non riusciva più a parlare. E' bastato che mia mamma se ne fosse andata via per mezzora lasciando solo mio nonno con lei, e in quella mezzora lei ha deciso che era ora di morire. Ha spalancato gli occhi, lo ha guardato, e poi li ha richiusi. E poi ha smesso di respirare. Mi piace pensare che abbia deciso di morire accanto alla persona che le è stata vicino per 60 anni. 60 anni. sono tanti 60 anni. Chi ti conosce meglio di quella persona li? E forse si è sentita sicura, e forse sapeva che lui l'amava ancora e forse anche lei lo amava ancora. Dopo 60 anni forse ci si ama ancora o forse ci si vuole solo bene. Forse ci si stima. Ma che importa? ogni giorno, per 60 anni, si sono svegliati e si sono parlati. Non avevano segreti, non potevano averne...dopo così tanto tempo forse si diventa davvero una persona sola. Così, oggi, con mia nonna se n'è andato anche un pezzo di mio nonno. Ma cosa rimane di quel pezzo che è rimasto di lui? Temevo disperazione, temevo sconforto. E invece, la sua casa non era una casa con le persiane chiuse e le luci spente. Ci siamo radunati da lui, abbiamo mangiato la pizza, abbiamo mangiato a quel tavolo dove adesso c'è una sedia in meno da aggiungere. Eppure lei era li. Ci guardava sorridendo dalla foto con lo sfondo azzurro. Ma quando ho abbandonato la scena per andare in terrazzo e tra le voci non ho trovato la sua voce, ho sentito un vuoto rimbalzarmi dentro. "dov'è?" mi chiedevo "dov'è? che la sua voce non la sento"...non c'è. Non c'è la sua voce. Non c'è lei. non è lì con le sue battute, le sue smorfie, le sue frecciatine su di me. Non c'è. Lei è rimasta là, in una bara dentro a ad un loculo, in mezzo a tante altre bare dentro ad altrettanti loculi. Mentre noi siamo tutti insieme, seduti a tavola, che parliamo di quando mio nonno l'ha conosciuta e della prima cucina che hanno comprato, lei è rimasta da sola. In un cimitero buio. E per quanto il corpo sia morto, io ho come la sensazione che lei senta la mancanza della nostra presenza. Forse si risentirebbe anche se sapesse che ci siamo riuniti tutti insieme a quel tavolo senza di lei, mentre lei è sola. cosa rimane? se qualcosa rimane? Rimangono le lacrime di mia madre, il fiore che le ha tirato nel loculo prima che cominciassero a chiudere. Rimangono le nuvole che avevano coperto il cielo e l'aria fresca che io avevo implorato tanto già dal mattino per avere il cielo coperto e l'aria fresca perchè temevo troppo il caldo in un giorno già duro di per sè. Rimane l'odore acre dell'incenso, le gocce di acqua benedetta sulla bara, rimangono mazzi di fiori appoggiati a terra "Ciao nonna", c'era scritto nel nostro. Rimane un biglietto dentro a quella bara, un biglietto che ho scritto piangendo, un biglietto per dirle che già mi manca...e la frase finale "Fà la bravina, nonna". Fà la bravina nonna, davvero. Non fare dannare nessuno, in qualunque posto tu sia finita adesso. Ti immagino già che ti lamenti della stanza, del cibo, che come minimo hai già preso di mira qualcuno per le tue battute e per le tue linguacce. Fà la bravina, nonna. Comportati bene, non farti riconoscere come tuo solito. Fà la bravina, e ogni tanto vienimi a trovare.
mercoledì 8 luglio 2009
IO DICO ADDIO
Non molto tempo fa, quando pensavo a questo momento, credevo che avrei avuto tantissime cose da scrivere. Dicevo che mi sarei abituata all'idea di non sentirla più per telefono, di andare a casa sua e non trovarla seduta sulla sedia della cucina a guardare la tv, e che col passare dei mesi mi sarei abituata a non sentirla più dire “ti taglio anche del salame se vuoi” “no, nonna, sono a posto” “ah, fa te, fa te”. Solo che oggi, a queste cose di lei che non ci sono più io mi sono già abituata. Perchè non me la ricordo neanche più l'ultima volta che l'ho vista seduta in cucina, l'ultima volta che mi ha telefonato o l'ultima volta che mi ha offerto qualcosa da mangiare... perchè i nipoti che mangiano poco sono sempre deperiti. Non molto tempo fa, quando pensavo a questo momento, credevo che avrei scritto di tutti ricordi belli che avevo con lei, delle cose fatte insieme, di quando mi chiamava “ragazza antica” o di quando mi faceva i codini tirandomi i capelli con gli elastici. Del bombolone che mi comprava la mattina in estate, di quando andavo a fare la spesa con lei...insomma, di tutto quello che mi ricordavo e me la faceva venire in mente. Adesso, invece, ho un vuoto. Un vuoto enorme. Come se l'avessi conosciuta da poco, da qualche mese. E ho solo il ricordo della sua malattia, dell'aspetto pelle e ossa, di quelle dita così secche da fare impressione, della sua voce che non mi sembrava neanche più la sua, della sedia a rotelle, del suo piatto mezzo vuoto, di quando contava i maccheroni che riusciva a mangiare. Di un paio di calzini arancioni che aveva ai piedi qualche giorno fa e io le ho detto che mi ricordava paperino. Di “nonna, fai la bravina” che le dicevo sempre prima di andare via e lei si metteva a ridere. E un vuoto ancora più grosso, la sensazione di non averla salutata per l'ultima come si deve, di averle solo toccato le mani gonfie ieri sera e di averla sentita col respiro affannato e di averla vista con gli occhi chiusi. Pensavo che avrei avuto ancora tempo...tanto tempo ancora c'era. E invece adesso sono qui che scrivo e mi rendo conto che il tempo non c'è sempre. Che non è sempre come vorremmo fosse. Che una sera stai mangiando, e suona il cellulare di tua mamma, e senti tuo nonno al telefono e capisci che il tempo non conta un cazzo. Che questa vita non conta un cazzo. Senti quella voce che ti rimbomberà nella testa per una vita, te lo ricorderai per sempre come lo ha detto “Vally, è morta la nonna.”. E vedi tua madre che inizia ad urlare, che piange, che non vuole farsi abbracciare. Si cambia in fretta la maglia, sale in macchina e singhiozza. E tu non riesci a piangere. Ti si è bloccato tutto sullo stomaco. Il cibo, le lacrime. Non sai se riesci a parlare, non sai se riesci a muovere un passo verso l'ospedale. Ci vai in ospedale. Ma prima di salire in camera sua rimani fuori, vicino all'uscita, cammini avanti e indietro e ogni tanto senti il nodo alla gola ma non ce la fai ancora a piangere. Poi basta l'abbraccio di un tuo cugino e cominci a sfogarti. Cammini sempre avanti e indietro e alla fine ti decidi. Sali e la vedi. Dorme. Semplicemente è come se dormisse. Però io lo so che non dorme. E' morta. E lei non era tipo da morire in un letto di ospedale. Lei era una donna forte, con la lingua tagliente, attiva. Lei era una persona a cui volevo bene. Come si fa a dire addio ad una persona a cui si vuole bene? Come si fa a mettersi in testa che da domani la terra continuerà a girare anche senza di lei? Odio gli addii. Odio sapere che il suo corpo sarà chiuso in una bara. Odio pensare che non si ricorderà di me, odio pensare che possa avere avuto paura nell'andarsene. E in questo momento, odio pensare che credo nella reincarnazione e che nelle nostre prossime vite ci ritroveremo. Odio pensarlo perchè non sono le prossime vite che mi preoccupano...ma questa. In questa mia vita, in quello che rimane, lei non c'è più. E io non so come fare.

