mercoledì 16 luglio 2008

VITA VISSUTA


 


1939


 


Sto giocando con Pietro. Ci rincorriamo lungo i campi di terra, in un giorno di aprile che sembra quasi giugno. Lui mi spinge per farmi un dispetto, perché io ho vinto la corsa. Cado sul filo spinato e mi graffio un dito. Anzi no, non me lo graffio solo. Ho uno sbrego enorme che gronda sangue. Corro dal barbiere presso cui faccio il garzone di bottega. Mi disinfetta e mi medica. E siccome ho dieci anni, sopporto il dolore e stringo i denti. Mi da una pacca sulla spalla e mi dice che per oggi non ha più bisogno di me e che posso tornare a casa. Apro la porta e c’è mia mamma che sta cucinando qualcosa che dall’odore potrebbero sembrare patate. Mi guarda e nota il dito fasciato e gonfio. Mi chiede cos’è successo. Glielo racconto. Mi chiede se ho patito male. Le dico che si, dai, non è che mi abbia fatto molto piacere, ecco. Mi guarda con occhi dolci perché vede i miei occhi ancora lucidi per il male che mica mi è passato. Si toglie il grembiule, si avvicina piano alla scatoletta di latta dove teniamo i risparmi per le emergenze. Toglie qualche spicciolo e mi dice di aspettare, di non muovermi…e di badare ai miei fratelli che intanto sono in giardino che giocano. Esce di casa e se ne va. Torno dopo circa una mezzora. Con un pacchettino di carta giallognola in mano, bello, perfettamente rettangolare legato da un filo di spago. Lo apre, dicendo di avvicinarmi. E’ una stecca di cioccolato  amaro. Lo taglia a metà. Una la da a me e l’altra mi dice che la farà dividere ai miei fratelli. Io la guardo sorridendo e penso che ricorderò questo giorno come uno dei più belli e porterò sempre con me il momento in cui lei mi ha guardato con quegli occhi teneri. Sto uscendo perché oggi, col fatto del dito, è giorno di riposo dal lavoro e posso godermi il sole primaverile e un po’ di tranquillità. Ma lei mi richiama, mentre sto scendendo le scale, e mi avvicina le labbra all’orecchio dicendomi, in dialetto: “Stai attento a non farti vedere mangiare la cioccolata dai figli dei Righi, che lo sai che sono poveri e loro non possono permettersele queste cose”.


Nascondo il pezzo di cioccolato in tasca, nel dubbio. Me lo mangio quando rientro in casa.


 


 


Nota: quello che ti insegnano gli anziani. Basta che attacchi un po’ bottone e ti raccontano delle cose che non ci si può credere. Se penso che adesso tutti fanno di tutto per far vedere che possono permettersi i lussi e le mondanità…quando una volta, invece, l’umiltà superava di gran lunga la superbia. Ecco…dal mio ritiro ho imparato anche questo. Mi sono portata a casa davvero un sacco di cose.

4 commenti:

  1. io lo dico sempre che ad ascoltare gli anziani c'è solo da imparare, che loro, se stai attento, ti raccontano cose bellissime...poi te l'hai scritto così bene che sembra ancora più bello il ricordo:)

    kaba

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  2. Kaba, gli anziani sono l'esperienza, la vita vera. Hanno vissuto in generazioni che noi neanche possiamo concepire. Neanche noi che comunque siamo nati in un'epoca ben diversa da quella odierna. Dove ancora qualche tozzone si prendeva...(a roma funziona ancora così, mi pare di aver capito!). e poi questa cosa di ricordi così lontani...questi hanno 70 anni..io non so se tra 70 anni mi ricorderò qualcosa..non so neanche se ci sarò...e non so se potrò raccontare e insegnare qualcosa a qualcuno..come ha fatto il vecchiettino con me. quando me ne sono andata mi ha salutata e si è commosso. Gli anziani...hanno un cuore grande. Anche se quando iniziano a raccontare, dopo un po', però, esagerano, eh:)

    Leanne

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  3. Io vorrei scrivere un libro con tutto quello che miraccontano i miei nonni, è vero, gli anziani sono la nostra storia!

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  4. anche a me piacerebbe...ogni tanto i miei nonni mi raccontano di quando erano giovani loro..anche l'amore aveva un sapore del tutto diverso...mah...beati loro:)

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