martedì 1 giugno 2010

SENSAZIONI











Scivola il paesaggio, snodandosi dal finestrino al ritmo di Struggle for Pleasur, enon si sentono rumori, non si sentono odori. Solo il mondo al di là del vetro. Con un cielo che diventa mare, un cielo fatto di nuvole che diventano pesci alla luce del giorno che muore. E cala il sole, lasciando che un altro giorno finisca, nascondendo il volte alle cose. La musica continua a battere il tempo, il tempo che come il panorama oltre l'autostrada corre via veloce, sempre più veloce e si lascia alle spalle erba, volti, il piacere di una giornata passata con gioia e allegria. Scandisce il tempo che vola, come il gabbiano sulle luci che si accendono sul lungo mare, mentre si sente solo un respiro, solo la voglia di continuare a viaggiare e continuare a vedere, continuare a librarsi al di là di ogni pensiero e ogni congettura. Scorrere, sull'asfalto liscio, con l'aria che sbatte sui vetri e il cuore tranquillo.






domenica 30 maggio 2010

"UNA MONETINA A TE, UNA A ME, UN'ALTRA MONETINA PURE A TE COSì FANNO TRE"


 








"Pozzo dei desideri, mille monete se indovini i miei pensieri"...cantava il buon Daniele Silvestri. Il problema di fondo è che io, fortunatamente, sono arrivata tardi a scoprire la psicologia del gratta e vinci. Non è per fare della pubblicità, ma mi vengono in mente un po' di considerazioni da fare in merito. Il fatto è che uno la mattina entra in tabaccheria e compra i soliti 4 pacchetti di sigarette. Mentre è lì che aspetta il suo turno, nota la distesa dei gratta e vinci sul banco e viene attirato da quelle cartoline colorate e invitanti. "5 €...infondo, spendo tanti soldi in cazzate, che 5 € li posso anche investire in fortuna", pensa. E allora, oltre ai 4 pacchetti di winston blu, aggiunge anche il gratta e vinci "turista per sempre". L'idea di poter vincere 200 mila euro subito, 6 mila euro al mese per 20 anni e 100 mila euro alla fine, lo gonfia di speranza. Al giorno d'oggi o hai fortuna o i tuoi sogni non li realizzi. Anche perchè i soldi non faranno la felicità, e su questo siamo tutti d'accordo, ma, almeno a parer mio, un pochino ti aiutano. Mica che devi andare a viaggiare e basta, a fare il turista per sempre, come dice il titolo del gioco, mica ti controlla la snai se vai in marocco per 6 mesi o se ti ci compri una casa con quei soldi lì! Ad ogni modo, uno compra il gratta e vinci, prende una monetina da un centesimo (che è l'unica che gli è rimasta) e inizia a grattare. Vince 20 euro. Che già vincere 20 euro è una cosa buona. Allora torna in tabaccheria, 10 euro se li fa dare e gli altri 10 li reinveste in altre 2 cartoline per tentare la fortuna. Per giorni e giorni continua la stessa storia. Vince ogni volta, 5/10 euro e ogni volta compra altre cartolina. Nella sua testolina non ci perde niente, anche perchè in effetti non ci perde niente, ma non calcola che sta comprando altri biglietti allo stato...che se uno pensasse già ai soldi che da allo stato di solito, non si avvicinerebbe neanche ai gratta e vinci, al win for life o al superenalotto. Ma il nostro non ci pensa. Non ci pensa perchè la speranza di trovare i due "turista per sempre" è troppo grande. Capita a tanti, perchè non può capitare a me!? A me devono sempre capitare le sfighe e una botta di culo, per mandare a quel paese tutto, a me mai?!...Già, a te mai...perchè finalmente compra le ultime due schedine dove non c'è niente. Basta, finito, chiusa lì la storia del gratta e vinci. E' stato bello per un po' sperarci, lo so...eppure non è successo niente. Continuerà la sua vita di sempre, a cercare il bello, il buono e la felicità anche senza soldi. A farsi un mazzo al lavoro, a ingoiar rospi e andare avanti, come faceva prima di iniziare a grattare. E poi chissà, un giorno si ritroverà 5 euro in più in tasca e ritenterà  di nuovo...nella vita non si sa mai. 


venerdì 21 maggio 2010



 



Solo dieci anni fa, saremmo state sedute alla stessa tavola, magari davanti alle stesse tre pizze e ai tre bicchieri di coca cola.
Solo dieci anni fa, ci saremmo ritrovate in una sera di primavera, magari accompagnate dei nostri genitori con l'avviso: “Alle 11 torno a prenderti, vedi di farti trovare pronta”.
Dieci anni fa soltanto, possiamo dire che ci saremmo trovate a discutere di una rosa discretamente ampia di argomenti.
Probabilmente avremmo parlato di ragazzi, di folli amori adolescenziali, e magari saremmo state tutte il tempo con il telefonino in mano sussultando ad ogni squillo sperando che fosse il tanto sospirato messaggio.
Solo dieci anni fa, mangiando quelle pizze, le avremmo lasciate raffreddare per il tanto parlare. Ci saremmo chieste come fosse andato l'ultimo compito di storia e ci sarebbe venuta l'ansia per “quel 4 in algebra che quando lo viene a sapere mia mamma mi incula a secco”.
Sedute a quel tavolo, dieci anni fa, avremmo fatto progetti. E il nostro primo problema sarebbe stato come vestirci e dove andare il prossimo sabato sera. Avremmo parlato di quello che avremmo fatto l'estate. Chi sarebbe andata a lavorare in fabbrica per pagarsi la vacanza studio di settembre, chi a fare la barista al solito camping e chi a badare bambini come l'anno prima.
Forse, solo dieci anni fa, in quel preciso istante, ci sarebbe venuto un bel magone se una di noi avesse detto che poi sarebbe stato l'ultimo anno. E solo alla parola “esame di maturità” ci si sarebbe chiuso lo stomaco.
Sono certa, però, che solo dieci anni fa, guardandoci da fuori, una di noi abbia pensato a come saremmo state tra dieci anni. E magari non si sarebbe neanche immaginata che in dieci anni le cose non cambiano poi così tanto come può sembrare.
E infatti eccoci qua, dieci anni dopo, davanti a tre pizze e a tre coca cola. A tirare le somme delle nostre vite. A parlare non più di ragazzi e di amori folli, ma di uomini e amori stabili. A fare considerazioni sul mondo del lavoro, sul come sia difficile poter fare quello che ci piace. A parlare del tempo, il tempo che non basta mai per poterlo dedicare anche un po' a noi e agli interessi che vorremmo coltivare. Eccoci lì sedute, a parlare di case e mutui e doppi lavori, di soldi che, a pari del tempo, non sono mai abbastanza. Eccoci a pensare che sarebbe bello farsi una famiglia e qualcuna dice anche la parola “figlio”. E così sale un po' di tensione. un figlio! Noi, che siamo poi ancora quelle di dieci anni fa, solo con i problemi di dieci anni dopo, in un contesto sociale che già è quello che è e non è già quello di dieci anni fa. Un figlio, e come lo cresciamo un figlio, che per quanti sacrifici si facciano, qua non si riesce a campare neanche in due!?
Così, come dieci anni prima, mi fermo e ci guardo. E penso a come saremo tra altri dieci anni. Se ci sarà ancora un tavolo per noi con tre pizze e tre bicchieri di coca cola. Se saremo ancora quelle di questa sera, se saremo riuscite a fare e ad avere almeno un quarto di quello che vorremmo.
E in quel momento mi si forma un nodo in gola e in testa rimbombano le parole costanti di mia madre, donna di grande saggezza e positività, le stesse parole che mi sentivo dire dieci anni fa: “Goditela finché puoi, che più si va avanti e peggio è!” 


domenica 2 maggio 2010

































POST VUOTO....STO FACENDO DEGLI ESPERIMENTI...NON VI ALLARMATE!

sabato 1 maggio 2010

A TUTTI GLI EROI



 



A tutti coloro che al mattino si svegliano quando il sole dorme ancora. A quelli che, oltre alla tuta, in macchina caricano anche cartelli e striscioni. A quelli che si spaccano la schiena, che si sporcano le mani di polvere e fango e vivono in bilico su impalcature traballanti. A tutti quelli che anche se lavorano tutto il giorno seduti ad una scrivania, prima o poi creperanno di stress. A coloro che il lavoro renderà anche liberi, ma con uno stipendio di 900 € al mese e due figli da mantenere, puoi fare anche tutti i sacrifici che vuoi, ma poi mi devi spiegare come fai a chiamarla vita. A tutti quelli in cassa integrazione, a tutti quelli in mobilità e a tutti quelli che la loro azienda ha spostato il lavoro in Cina e tanti saluti a tutti. A quei pochi che hanno un lavoro ancora abbastanza sicuro, ma stanno col capo chino e piegati costantemente a 90 perché di 'sti tempi non si sa mai. A chi deve dire si, quando vorrebbe dire no, ma non può. Ai diritti che non ci sono più e a chi ormai ha cambiato il loro significato in "concessioni". A tutti voi, a tutti noi, a tutti quelli che si sono fatti il culo una vita e adesso si ritrovano con una pensione da fame. A me e a quelli come me che già sarà un lusso se arriveremo all'età pensionabile vivi, e se ci arriveremo non ci saranno le pensioni. A tutti quelli che ogni mese si vedono metà dello stipendio fottuto dalle tasse ad uno stato che neanche li tutela. A tutti i lavoratori, a tutti i non lavoratori non per scelta ma per nefaste circostanze. A tutti quelli che la Panda gli deve durare almeno 20 anni, altro che BMW del cazzo! A tutti quelli che la retta dell'asilo è troppo alta, a tutti quelli che la benzina è cresciuta, che l'assicurazione è cresciuta, che il grano al contadino lo pagano una miseria, ma il pane e la pasta costano un occhio della testa. A chi non arriva a fine mese, a chi ci arriva a stento, a chi ci arriva perchè fa altri sei lavori in nero e sottopagati. 
A tutti voi, a tutti noi, buona festa, EROI!



 

domenica 18 aprile 2010

IN QUESTE TRE SETTIMANE




In queste tre settimane ho lasciato l'orologio sul mobiletto del bagno, e venerdì sera, quando sono andata a mettermelo mi sono accorta che era ancora un'ora indietro. 
In queste tre settimane ho risposto un sacco di volte al telefono (la maggior parte erano telefonate di mia madre, comunque) e ricevuto un bel po' di messaggi. 
In queste tre settimane mi sono resa conto che ci sono persone che tengono a me e persone che fanno finta di essersi dimenticate della mia operazione per non farsi neanche sentire. Per carità, nessuno vuole compassione o coccole sulla testa, ma da queste cose si vede quali sono le persone giuste e quali quelle sbagliate. In molti casi sono rimasta stupita, devo ammetterlo. C'è stato chi non mi sarei aspettata di trovare così attaccato a me e chi, sbagliando, avevo sempre ritenuto persone con un minimo di affetto nei miei confronti che non si sono neanche degnate di mandare un messaggio per chiedermi come stavo. In tre settimane. Ma è giusto che sia così. E' così che si capisce che non bisogna mai nè lodare a priori nè scartare a priori. 
In queste tre settimane ho guardato un bel po' di serie televisive. Che io mi dichiaro sempre una donna non convenzionale, però le serie tv mi piacciono. Friends e Grey's anatomy al mattino, i simpson e i griffin il pomeriggio. In queste tre settimane ho guardato anche troppa tv. Io non la accendo praticamente mai la tv, ma in giorni di solitudine e apatia l'ho accesa. Ho finito per rendermi conto di quanto siano arrivate ad essere patetiche le pubblicità, a chiedermi "ma questi geni del marketing pensano che siamo tutti dei coglioni?"...non parliamo del media shopping...sono convinti di renderti utile anche una merda, e il fatto che sul digitale terrestre ci sia un canale solo ed esclusivamente di quello mi spaventa e non poco. 
In queste tre settimane ho anche avuto il tempo di leggere, di finire Elianto di Benni, di leggere, finalmente, "il giovane holden" e di farmi in 5 giorni "Cent'anni di solitudine" , che era troppo grosso per i miei gusti, visto che in genere quando inizio un libro non vedo l'ora di arrivare alla fine per scoprire l'epilogo. Tant'è, se non altro ho fatto quello che non sarei riuscita a fare di solito. 
In queste tre settimane mi sono arresa all'idea che una casa non può sempre essere pulita, e vaffanculo. 
In queste tre settimane non ho avuto stress, non ho avuto orari, e ho pensato solo a me stessa. Alla fine di queste tre settimane ero anche riuscita a prendere l'abitudine di svegliarmi alle 9 e non alle 7.30, ma adesso è giunto il momento di riprendere il tutto e rimettermi in sesto. Domani si ricomincia, si riprende la routine e si torna al lavoro. Non so neanche se mi ricordo più la strada, più di una settimana io non sono mai mancata dall'ufficio...ho l'ansia...mi sembra di non lavorare più da una vita.  Ma posso farcela. 
In queste tre settimane ho anche imparato a stare tranquilla. 

domenica 4 aprile 2010

CRONACA DI UN INTERVENTO




 




A volte mi chiedo come sia stato possibile che il mio corpo sia riuscito a sopportare tanto dolore. Credo che ci siano dolori peggiori di questo, anzi, ne sono proprio certa, eppure per me è stata la prima volta che ho provato qualcosa di così doloroso. A volte ripenso anche a i giorni che ho passato in ospedale, a quello che vedevo, tutti giorni dalla finestra. Lo stesso panorama, il solito cielo limpido e il bosco di abeti. Sembrava di essere in una di quelle cliniche di montagna, tipo quelle che erano state costruite per mandare la gente a respirare aria buona. Di aria buona, comunque, in un ospedale, non è che se ne respiri poi tanta. C'è sempre un senso di angoscia costante, anche se si è sedati. C'è sempre questo scorrere lento del tempo, questo tempo che non passa mai e la parola dormire è solo una parola. Che poi, ad essere sinceri e a dirla proprio tutta, io mi trovavo anche nel reparto più lieto di ogni ospedale, che poi sarebbe il reparto maternità. Lieto, poi, credo che sia una parola grossa. I nuovi arrivati urlavano come se li si stesse sgozzando, ad ogni ora si accendevano concerti sinfonici a più voci di “ueue”. Perchè piangono così? Che abbiano capito lo schifo di mondo dove sono andati a capitare? Ma li, era pieno di pance che camminavano lente per i corridoi, donne che si trascinavano dietro bagagli e dolori di doglie. Non le invidiavo. O forse si? Loro soffrivano per partorire la felicità. Io ho sofferto solo per partorire un'ovaia.
Per quattro giorni ho visto l'alba. Non che non avessi sonno, ma, come ho detto prima, la prerogativa degli ospedali è quella di dormire a sprazzi. Nel reparto in qui ero io, poi, non ve lo racconto. Le simpatiche infermiere che facevano il turno di notte, si perdevano in chiacchiere ad alto volume, anche ad orari improponibili. I campanelli suonavano, i bambini piangevano, e addio voglia di dormire. I giorni e le notti sembravano non passare mai. I minuti erano lunghi almeno tre volte i minuti normali e i libri da leggere sembravano tomi secolari e infiniti. La vista era sempre un po' appannata, la reattività cerebrale molto lenta. E quei vetri, quelle pareti, sembrava che ci fossimo sempre appartenuti. Anche se a volte ho il dubbio di non essere sempre rimasta nella stessa stanza. Bè, una volta mi sono spostata anche per forza, mi dovevano operare. E la storia dell'operazione non è facile da raccontare. Che poi mi viene l'ansia, anche se quello che dovevo fare era un intervento piccolo. Piccolo per modo di dire, piccolo per chi operava, magari. Non certo piccolo per me, che non è che vada sotto i ferri tutti i giorni, per dire. Per piccolo poi io intendevo che in due giorni sarei stata bene e sarei tornata a casa. Dopo quattro giorni ero ancora lì dentro e bene, di sicuro, non stavo. Allora provo a raccontarvi cosa si prova, cosa si prova quando tu sei già nella tua stanza, dalle 7 del mattino. C'è una certa angoscia che ti prende di tanto in tanto, ti stritola lo stomaco e comincia a farti piangere lacrime silenziose senza interruzione. Hai Guccini nelle orecchie, ma non riesce a risollevarti. Nella sala d'attesa, tua madre e il tuo ragazzo. E tu sei sola, a leggere o a provare a fare parole crociate per ingannare l'attesa e assopire l'ansia. E ad un certo punto, come un fulmine, arriva l'infermiera. “Valentina preparati”. Il camice che lascia scoperto il culo, la calza anti-trombo (doppio senso senza dubbio), la cuffietta e i pedalini blu. Pronti, via, si parte. Saluti mamma e fidanzato, non sai se c'è più terrore nei loro occhi o nei tuoi. Di certo tu ne hai tanto. Il corpo trema spasmi incontrollabili e l'infermiera scoglionata fa sbattere il lettino ovunque prima di riuscire ad infilarti in ascensore. Inizi a perdere la cognizione di ogni senso. E mentre ti mettono in un angolo e chiudono le tende, cominci a piangere tutta la tensione dell'ultimo mese. Stai li, e pensi che in Grey's anatomy fanno sempre vedere i pazienti già addormentati, questo limbo pre-operatorio nei film non esiste. A te, invece, lasciano quei 20 minuti per riflettere forse sul tuo destino, o solo per un'ulteriore barbarica attesa. Passa una vecchina spinta su una sedia a rotelle. Ti guarda e ti sorride. Le sorridi. E' vero? E' un miraggio? E' la nonna? Visto che ci sei, piangi un altro po', che fa sempre bene. E' freddo e l'odore è asettico. Hai paura. Una paura fottuta. Di cosa? Non lo sai. Hai solo una schifosissima paura. Ad un certo punto arriva qualcuno che ti sposta da un lettino all'altro e ti dice di stare attenta a non cadere. In quel momento non sai se preferiresti morire. L'ora x si avvicina sempre più. E' questione di minuti, forse addirittura di secondi. Tranquilla, di sicuro, non lo sei. Il chirurgo passa e di sfuggita ti saluta e ti chiede come stai. Non gli dici come stai, non lo sai neanche tu come stai. Lo preghi solo di fare il suo lavoro come si deve e poi ti giri dall'altra parte. Una flebo per cominciare ad assopirti e poi una mascherina davanti alla bocca. “Cominci a respirare, signorina”. Non ricordi neanche se hai respirato. Da lì in poi il nulla. Niente sogni, niente pensieri, l'oblio dell'etere e il senso di assoluto niente. Possono essere passate anche dieci ore, ma non te ne sei accorta. Ne sono passate solo due e un quarto quando senti le voci intorno a te che ti dicono “faccia un respiro profondo, signorina e si svegli”. Funzionano solo le orecchie. Il resto è fuori uso. Non ci sono i polmoni, non ci sono le braccia e le gambe sono immobili e se questa volta vomiti sei segnata per sempre. La nausea è fortissima e senti un male al fondopancia che sembra ti abbiano tolto tutto il cavabile. “Quante ovaie mi sono rimaste? Che ore sono? Vomito!”. “Abbiamo tolto solo un'ovaia, tranquilla. Sono le 14 e no, non vomita”. Vomiti? No, ma ci sei vicina. Il ritorno in camera è drammatico, l'infermiera è la stessa senza voglia per un cazzo di prima, anzi, adesso ha ancora meno voglia. Sbattocchia in ogni angolo, senti il dolore che si spande in ogni parte del corpo. Avevi paura solo dell'anestesia prima di finire lì sotto, il male non lo avevi neanche messo in conto. E invece adesso i conti con il dolore ti tocca farli. “E' un intervento semplice”, dicevano. Semplice il cazzo, ti viene da dire. Semplice da fare, non da sopportare. Torni in camera e vedi il tuo ragazzo con gli occhi lucidi, tua mamma lasciamo stare. Dormo, mi sveglio, parlo, sono morta, sono viva, sono qui. Pensi. Qualcuno viene a trovarti, parli un po' poi ti riassopisci. Hai tirato su le ginocchia e il male si è un po' calmato. Sarà anche per la flebo di morfina che porti attaccata al braccio sinistro. Si spengono le luci, nel corridoio rimane un alone blu e l'andirivieni degli zoccoli delle infermiere. I bimbi piangono. Tua madre è ai piedi del letto che ti bagna la bocca con un cucchiaino di tanto in tanto. Seduta su una sedia, con la testa appoggiata sul tuo letto, sai che non dormirà. E ti senti anche un po' in colpa. E allora cerchi di stare buona, di non lamentarti tanto. Provi a dormire. Dormi. La notte è lunga. Domani è un altro giorno.