Oggi è il primo giorno d'autunno. Me ne accorgo solo ora, sotto un cielo grigio cupo, che le foglie hanno cambiato colore. E se prima erano di un verde acceso, durante la notte pare siano mutate. Mi sveglio ora, dal torpore del sonno estivo, anche se da settimane ormai è passata quell'afa che non mi faceva respirare. E sono stata bene, e ho fatto cose, e ho passeggiato, e ho chiuso la mente ai cattivi pensieri. E sembra che tutto sia risolto, svanito, come una di quelle bolle di sapone che facevamo da bambini, argentate, con l'arcobaleno dentro. Poi apro la finestra e mi accorgo che è autunno. Mi rendo conto che quella stagione che mi faceva sentire in un limbo protetto è finita. Adesso è il momento di fare i conti con i ricordi. Ottobre è il mese della malinconia. E fino ad ora alla malinconia e alla nostalgia non ci avevo pensato. Volevo vivere il presente, lo voglio vivere ancora. E invece l'autunno mi fa tuffare in un passato di libri e matite. Di giorni nebbiosi e tristi. Ma scruto meglio dai vetri un po' appanati, o forse proprio sporchi, e a tratti vedo il sole che cerca di bucare le nuvole dense che si sono accalcate proprio sopra a questa piazza che oggi mi sembra così vuota. E penso che ogni stagione ha i suoi colori, ha le sue ore buie e le sue ore di luce. Che se la sera scende prima non significa che sarà sera sempre. Che le foglie di questi alberi ormai spogli domani da questo arancione stanco torneranno ad essere vive e brillanti. Penso che io stessa sono come le stagioni, penso al mio buio e alla mia luce. Penso che un giorno può essere verde e un giorno può essere arancione. Penso che è tempo di zucche, arance, mandarini e cachi. Penso che alla fine l'arancione non sia un colore così triste.
domenica 11 ottobre 2009
lunedì 5 ottobre 2009
Si apre l'alba
dal buco della serratura.
E le membra si svegliano
riscaldandosi alla luce del sole.
Corrono i campi
come sequenze cinematografiche
tra il chiaro-scuro
dell'ombra degli alberi.
Un passo
due passi
tre passi.
Camminano leggeri
i pensieri uniformi.
Il silenzio si spande nei fossi
il tempo raccoglie
l'abbaiare dei cani
e odore d'autunno
dai cachi non ancora maturi.
Torna piano piano
il rumore di vita.
E' mezzogiorno nelle vie,
è mezzogiorno nelle case.
E voci di bimbi affamati,
di mamme indaffarate,
voci di piatti
pentole
pendole
cucchiai
tintinnii di bicchieri
e profumo di lasagne al forno.
E' mezzogiorno dalle finestre aperte.
Mezzogiorno nell'acqua della fontana
nelle panchine del parco.
martedì 15 settembre 2009
Sono solo una mano che scrive.
Due dita che stringono una penna
e la fanno scorrere veloce
su un foglio bianco.
Sono solo due occhi che guardano,
seduti su una panchina,
il mondo che li circonda.
Sono una bocca chiusa
l'orecchio teso
ad ascoltare i brusii,
le vostre vite,
il rumore dei vostri passi sulla ghiaia.
Sono solo un pittore di pensieri,
disegno con le parole
quel che l'anima vuole
gentile o no che sia.
Sono solo ingenuità,
purezza, umiltà.
Sono l'essenza e il concreto
di semplici visioni.
Sono un'ombra che si perde
una presenza costante
un soffio che vi scosta i capelli dal viso
la malinconia che non avete vissuto.
Sono carta straccia,
polpastrelli tinti di inchiostro nero.
Sono solo lettere
solo sonetti.
Sono solo metriche
rime e cadenze.
Sono solo un poeta.
domenica 13 settembre 2009
HO STRETTO LA MANO AL MAESTRO...DUE VOLTE!
“Pavana è un ricordo lasciato tra i castagni dell'Appennino”.
A volte bisogna accontentarsi. E' necessario che ci si renda conto che non si deve esagerare, che ogni cosa che ci viene data è un regalo e non possiamo sempre pretendere di più. Ho stretto la mano al maestro, due volte. E questo non mi è bastato. Avrei voluto parlare un po' con lui, avrei voluto ritrovarmi in una serata goliardica insieme a lui, alla sua chitarra e alle sue canzoni. E ci è mancato poco. Forse è proprio per questo che non mi era bastato bussare alla sua porta, quasi entrare in casa sua, trattenuta da Fabio che mi faceva presente che anche se la porta era aperta, era una proprietà privata e la violazione di domicilio è un reato. Non mi era bastato dirgli con gli occhi lucidi e le gambe che mi tremavano “Maestro, siamo venuti a disturbarla”...”Ditemi” ha proferito con la sua voce cavernosa ma bonaria. “Niente, volevamo ringraziarla”....poi devo aver detto di tutto tranne qualcosa di intelligente e interessante...tanto che il telefono di casa sua ha suonato. In realtà abbiamo il sospetto che nella tasca dei pantaloni tenga un telecomando che faccia suonare il telefono a suo piacimento per liberarsi dei rompicoglioni. Comunque una foto con la sua mole appoggiata sulla mia spalla. Un “ragazzi, adesso devo andare perchè stavo scrivendo” e la speranza di trovare qualcosa di suo e di nuovo a brave da ascoltare. E siamo andati via. Io non mi tenevo più, mentre attraversavamo il portone verde passando per la stradina ghiaiata pensavo che sarei potuta anche morire che tanto nella mia vita avevo fatto tutto quello che volevo fare. “ho stretto la mano al maestro...due volte” continuavo a ripetere tra risolini isterici mentre passavamo da un ciglio all'altro della Porrettana.
Per tutto il pomeriggio, non ho fatto altro che sperare che in questi giorni si presentasse al Mulino di Chicon dove eravamo alloggiati. Visto che lui e i proprietari sono parenti, visto che in quel Mulino lui ci è cresciuto, avrebbe potuto benissimo fare un giro in quei giorni. Ma si sa, io sono una che con la fantasia viaggia fortissimo, e quella speranza la avevo accantonata mentre mi stavo vestendo per scendere a valle ed andare a cena. Dopo aver mangiato in uno dei più squallidi ristoranti di tutta Italia, siamo tornati verso la nostra dimora...e ci siamo accorti di un discreto numero di auto parcheggiate nel vialetto. Appena scesa dalla macchina, ho guardato verso le finestre della cucina del Mulino. E non potevo credere ai miei occhi...il Maestro era li, vestito come il pomeriggio, con il suo maglioncino rosso e la camicia azzurra. Ho iniziato a saltare e ho cominciato a pensare che non sono poi così fantasiosa come credevo. Cercavo espedienti per entrare, ma non mi sembrava educato disturbare una cena intima come quella. Ho pensato che avrei potuto inventarmi qualcosa, una bomba, lo scoppio della caldaia. Ma alla fine non ho fatto altro che uscire ogni mezz'ora per controllare se avessero finito di mangiare. In cuor mio speravo si mettessero a cantare, così mi sarei aggregata al coro e via andare. Ma non è successo. Nascosta dietro alle tende della nostra camera ho visto il Maestro scendere per la stradina insieme alla sua compagna e ad alcuni amici. Avrei potuto salutarlo, avrei potuto fermarlo. Ma non l'ho fatto. Non l'ho fatto perchè appunto ci si deve accontentare. La mia dose l'avevo già avuta. Il mio giorno magico, la mia illuminazione c'era già stata, se pur breve, e non potevo chiedere altro. Mi sono limitata a guardare la sua schiena andarsene e a sentire Fabio che continuava a dire che alla fine è una persona come tutte le altre. Si, è vero, è una persona come tutte le altre, una persona che non si rende conto di quanto possa smuovere gli animi della gente. Non si rende conto dei brividi che le sue parole provocano. Nella sua umiltà, nella sua immensa modestia, lui vive bene. E se è una persona così è anche merito dei luoghi in cui è cresciuto. Perchè qui, in questo post, non c'è solo Guccini. Ma c'è anche Pavana. Perchè Pavana è un posto che si conosce solo perchè ne parla lui, ma è uno di quei luoghi che dovrebbero essere visti. Pavana è questo paesino che è diventato comune da qualche mese. Piccolo, piccolissimo, poche case, un cimitero, una chiesa (ovviamente chiusa. Io non lo so, ma tutte le chiese in cui vorrei entrare, hanno questa cosa dell'essere sempre chiuse quando vado io). Però Pavana è divisa in due. C'è quella di sopra, più moderna, con un paio di strade in cui si passa anche in macchina, e Pavana di sotto. Un agglomerato di casupole arrancate in salita, con viottoli acciottolati e bambini che corrono giù per le scarpate. Pavana per me è il rumore del Limentra che scorre vicino al Mulino, il verso dei cinghiali nel cuore della notte. Pavana sono quattro cuccioli di gatto che hanno giocato con me sulle scalinate, vicino a un portone verde. Pavana è un'anziana signora che si è affacciata da un cancello e ci ha fatti entrare nel suo giardino perchè vedessimo la sua tartaruga e poi in casa per mostrarci i quadri di suo figlio pittore. Pavana è un profumo che non sentivo più da anni, un retrogusto di uva matura e miele di acacia. E' l'autunno che si intravede nel giallo delle foglie che oscillano e cadono portate dal vento. E' una diga in mezzo all'Appennino. Pavana è il mascarpone delizioso della Caciosteria. E' la gentilezza e la semplicità di Silvano e Maria Rosa. E' un sentiero segnato, uno zaino sulle spalle (di fabio), e la sensazione di essere arrivati in un posto giusto. Pavana è il nulla. E' il silenzio dei pensieri. E' il cane della casa all'angolo che abbaia ma non irrita. Pavana è divisa da una strada trafficata eppure è come se quella strada non esistesse. E' un paese fantasma, che si perde nella nebbia di novembre. E' una malinconia che ci si porta dentro. E' la sostanza delle piccole cose, dei sentimenti puri. Pavana è un ricordo che mi porterò dentro per sempre. E' un posto sicuro, un angolo di sospiri e giorni che passano senza cambiare nulla.
lunedì 7 settembre 2009
Aspettavi il treno delle otto,
chiusa in un cappotto grigio.
I tuoi occhi erano di uno strano ceruleo
e i capelli biondi nascosti da un cappellino
stile anni trenta.
Al collo portavi una sciarpa
e i suoi colori,
per un istante,
hanno portato alla memoria
luoghi magici che vedevo solo nei sogni,
da bambino.
C'era la nebbia quel mattino.
Mi guardavi distratta
e, di tanto in tanto,
spostavi lo sguardo
dalla punta dei tuoi stivali di pelle
alla punta dei miei mocassini marroni.
Sentivo il rumore delle onde in lontananza,
potevo immaginare l'odore
del mare in tempesta.
Arrivò il treno,
il nostro treno.
E mentre salivo sul predellino
tirasti la manica della mia giacca.
Un sorriso di denti bianchissimi,
una fitta al mio povero cuore.
"Le maree sono più facili da dipingere
se vedi il sole specchiarsi ad un muro"
dicesti.
La scia del tuo profumo
si dissolse tra la folla.
La mia unica certezza
era che quel viaggio lo avrei fatto da solo.
Il mio unico tormento
l'essermi chiesto
per tutta la vita
cosa avessi voluto dire
e se mai,
un giorno,
avrei potuto capirlo.
giovedì 3 settembre 2009
C'E' SEMPRE UN PERCHE'
C'è un momento. E' il momento in cui tutto diventa chiaro, in cui tutto, ad un certo punto, sembra semplice. E' il momento in cui lei tende le piccole braccia verso di te, come se ti conoscesse da sempre, come se si fidasse. E forse proprio perchè si fida, con le sue manine prende le tue mani e fa leva per alzarsi. Sa che la proteggi, sa che con te come sostegno non può accaderle nulla. E' in quel momento che capisci cos'è l'istinto materno, cosa scatta nell'animo delle donne quando iniziano a provare l'irrefrenabile desiderio di mettere al mondo un figlio. Non è solo il fatto di poter dare alla luce una nuova vita, non è solo l'istintiva necessità di prendersi cura di qualcuno. E', forse anche un po' egoisticamente, il bisogno di sentirsi indispensabili. Lei sta lì, ti guarda, ride, accenna qualche passettino barcollante per poi rimettersi a carponi. Lei sta lì e sa che può contare solamente su di te, sulle tue braccia forti che la sorreggono, sulla mano che le appoggi davanti alla faccia perchè non sbatta il naso mentre sta per cadere. E' la necessità di sapere che qualcuno necessita di te per crescere e camminare. E' la necessità di sentire che servi a qualcosa...che servi a qualcuno.
Te ne sei andata in un giorno giallo
assorbita da polvere e umidità.
C'era la luna piena quella notte
e tutti ti hanno vista sparire.
Cadeva il silenzio
sulla piazza deserta,
il sole condensava ciotoli arroventati.
E sulla strada offuscata
pedalava un bimbo allegro
forse ignaro del tuo addio.
Te ne sei andata in un giorno giallo
un giorno in cui indossavi una maglia arancione
e dei pantaloni larghi.
Ho spiato dai vetri,
nascosto dalle tendine verdi ricamate.
Mancava una rosa rossa nel giardino
e il tuo sangue
gocciolava ancora tra le sue spine.