Mi sono spostata dalla piazza e ho trovato un angolo di sole su un muretto. Questo è uno dei posti che preferisco. Qui, qualche settimana fa, ti ho fatto una foto. Strano. In realtà, quando oggi ho cominciato a scrivere, non avevo neanche lontanamente pensato di parlare di te. Volevo riflettere su tutta la confusione dell'ultimo periodo, sui miei remi tirati in barca per le poche energie che non ho per tenere i piedi in semi-relazioni inutili e dannose. E invece no. Mi ritrovo in questo vicolo di scale sanpietrini, seduta su di un muretto freddo, con la gente che passa e non sta zitta un secondo, come se non avesse mai visto niente e penso che qui, un giorno, ti ho scattato una foto. Foto che tu non volevi farti fare, e ti nascondevi con la mano la faccia e gli occhi. Osservo la gente che passa, i cani, aspetto che arrivi un gatto, cerco di distrarmi..ma niente. Torni tu. Un momento...aspetto te o aspetto un gatto? Ma sono sicura di quello che sto pensando? Magari è un'elucubrazione viziata dalla tristezza di questa giornata un po' amara, dal telefono che non suona, dalle promesse che ho fatto a me stessa. Sono certa di ciò che penso? Rifletto...ho un intero quaderno vuoto da riempire e non è certo il tempo che mi manca oggi. Siamo io, me, il quaderno e la penna. Imprimere sulla carta un pensiero è renderlo concreto. E adesso io ne ho bisogno. (Cosa vuole questo tizio con il codino sulla testa e i risvoltini? Non hai mai visto una ragazza seduta che scrive in un giorno di primavera??) (Dio...dimmi che i passi che sento sono i tuoi. Dimmi che oggi passerai di qui. Dimmi che ti fermerai, che mi butterai le braccia al collo e che ti stupirai di vedermi.) Dimmi...perché sono a casa tua, perché piango. Dammi un bacio e poi vediamo com'è. Portami ancora a prendere un caffè e invece poi beviamo due analcolici. Beviamo tutto il succo di mirtillo che vuoi...ti prometto che lo berrò anche io. Dimmi...dimmi di quella storia che potremmo raccontare insieme, tu con le parole, io con gli scatti. Dimmi dove vanno tutte queste persone. Dove vado io. Prendimi la mano e dimmi che ho sbagliato. Oppure no. Dimmi che è solo un caso se ho appena letto una frase che diceva: "Dimmi a che ora e dove possiamo incontrarci per caso". Dimmi che è questa l'ora. Dimmi che è questo il luogo. Dimmi che anche tu, ogni volta che passi di qui, pensi che è il posto dove io ti ho scattato una foto a tradimento. Dimmi che sono vere quelle storie di persone che si conoscevano da anni e non si sono più viste e poi, quando si sono rincontrate, si sono innamorate. E ora vivono felici e contente. Dimmi...che anche se non me lo dici, mi cerchi anche tu e che ti sembra di vedermi in mezzo a tutta questa gente che pascola in mezzo alla magica storia di questo posto. Dimmelo...che, a differenza di tutti quelli che passano e mi guardano e che io fingo di non vedere, e che mi credono una pazza, e fuggono dal mio raggio, come se fossi contagiosa, dimmelo, che se mi vedessi qui, impegnata a scrivere, a te piacerebbe e non farebbe paura. Dimmelo. Perché io non farò nulla, perché ho deciso che non rischio, perché questa volta ho detto basta e non chiederò più niente. Dimmelo. Tra poco scenderò dal paese vecchio, tornerò alla piazza, prenderò un gelato e poi rincaserò. Non prima di aver ascoltato ancora una volta i rintocchi metallici delle campane. Non prima di avere origliato i discorsi dei passanti e fatto smorfie o sorrisi a seconda delle loro idiozie. Allora dimmelo. Dimmelo se sono nel posto giusto, all'ora giusta, per una volta nella vita. Se ho capito qualcosa di te...e forse anche di me. Dimmelo se anche questa domani passerà, come tutte le altre volte, e rimarrà solo l'impressione di un momento. Dimmelo che non posso saltare al collo di questa gente che mi distrae i pensieri e mi scatta foto come se fossi un'attrazione del paese. Dimmelo che tutto questo tempo e questo crampo alla mano e il male al polso non sono stati vani, Dimmi che tutte queste persone che hanno rischiato di scivolare da queste scale, che le loro voci, i loro sguardi, sono serviti a qualcosa. Dimmi...che queste nuvole a pecorella che macchiano un cielo di un blu che è spaventosamente bello e il verde degli alberi contrasta in armonia tutto il contorno...dimmelo...che lo stai vedendo anche a tu e che lo senti questo cinguettare insistente di passeri o chissà quale altro animale con le ali. Dimmelo che la poesia che impregna tutti questi mattoni non può essere solo mia...se non è anche la tua.
mercoledì 26 aprile 2017
lunedì 27 febbraio 2017
CIO' CHE NON C'E'....SI INVENTA
Qualche giorno fa, parlando con un mio conoscente, si era entrati nel discorso dei tempi in cui "Se qualcosa si rompeva, si sistemava. Se qualcosa non c'era, si inventava. Se qualcosa c'era, ma costava troppo, si costruiva". Sull'onda di questo discorso, così, mi sono tornate in mente tutte quelle cose che faceva mio padre quando io ero piccola. Volevo la casa per le Barbie. Cioè...io avrei voluto la casa originale, veramente...tipo quella con l'ascensore...ma ricordo benissimo e con una gran nostalgia quella che assemblò Rino. Prese un vecchio mobiletto con le rotelle, mia mamma disegnò un orologio e delle piante da attaccare alle pareti, levigarono gli sportelli con la carta vetrata, tinteggiarono le ante, piantarono un paio di chiodi per rimettere insieme i pezzi. Alla fine io non avevo la casa di Barbie...ma avevo un condominio con le ruote. E dentro c'era un letto a castello, spazioso, di legno grezzo ma rifinito benissimo, un pezzo di spugna per il materasso. Io non credo che le mie amiche abbiano mai avuto un letto a castello così!
Un giorno mi costruì una culla per le bambole. Era talmente fatta bene e grande che ci stava anche mia sorella di un anno dentro! No! Non le hanno avute tutti delle cose così.
Bastavano una scatola da scarpe e un pezzo di compensato per fare un appartamento soppalcato con scaletta in legno per giocare con gli ippopotami e le tartarughe degli ovini kinder. Da un uovo di pasqua avevo rimediato un divanetto e un caminetto che aveva una lucina che si accendeva per emulare il fuoco. Ed ecco un loft di tutto rispetto e anche di un certo qual stile!
Se non c'era si inventava. Se c'era ma costava troppo, si costruiva. Se si rompeva, si riparava.
La lavatrice di legno che funzionava davvero, la ruota della fortuna...e la mia casina! Il mio angolo al riparo dal mondo. Una casa vera, con un tavolino, la finestra, le tende, due scalini...e la porta con il lucchetto.
Se non c'era, si costruiva. Io ho avuto fortuna. Ho avuto una madre fantasiosa e un padre artigiano. Non aveva fatto scuole alte, anzi, aveva appena la terza elementare, eppure prendeva le misure con precisione millimetrica e trasformava il legno in ogni cosa.
Ho pensato che ogni bambino dovrebbe crescere come siamo cresciuti io e questa persona. Ho pensato che dovrebbe essere un diritto costituzionale quello di avere un padre e una madre (ma anche solo un padre, o anche solo una madre, o due madri, o due padri) che costruiscano quello che non c'è o non si può. Ho pensato che si dovrebbe fare insieme, che si dovrebbe riparare tutto quello che si rompe, che con il materiale a disposizione si possa fare ciò che si vuole.
Ho pensato che l'arte nasce dalla necessità. Ho pensato che non siamo più poetici. Che non sappiamo più incollare niente. Ho pensato che dovremmo imparare a fare la stessa cosa con la vita. A costruire quello che non c'è, quello che manca, quello di cui abbiamo bisogno. Che se rompiamo qualcosa dobbiamo incollarlo e ripararlo al meglio. Che servono colla, chiodi, legno, ferro, baci, carezze, parole.
Un giorno mi costruì una culla per le bambole. Era talmente fatta bene e grande che ci stava anche mia sorella di un anno dentro! No! Non le hanno avute tutti delle cose così.
Bastavano una scatola da scarpe e un pezzo di compensato per fare un appartamento soppalcato con scaletta in legno per giocare con gli ippopotami e le tartarughe degli ovini kinder. Da un uovo di pasqua avevo rimediato un divanetto e un caminetto che aveva una lucina che si accendeva per emulare il fuoco. Ed ecco un loft di tutto rispetto e anche di un certo qual stile!
Se non c'era si inventava. Se c'era ma costava troppo, si costruiva. Se si rompeva, si riparava.
La lavatrice di legno che funzionava davvero, la ruota della fortuna...e la mia casina! Il mio angolo al riparo dal mondo. Una casa vera, con un tavolino, la finestra, le tende, due scalini...e la porta con il lucchetto.
Se non c'era, si costruiva. Io ho avuto fortuna. Ho avuto una madre fantasiosa e un padre artigiano. Non aveva fatto scuole alte, anzi, aveva appena la terza elementare, eppure prendeva le misure con precisione millimetrica e trasformava il legno in ogni cosa.
Ho pensato che ogni bambino dovrebbe crescere come siamo cresciuti io e questa persona. Ho pensato che dovrebbe essere un diritto costituzionale quello di avere un padre e una madre (ma anche solo un padre, o anche solo una madre, o due madri, o due padri) che costruiscano quello che non c'è o non si può. Ho pensato che si dovrebbe fare insieme, che si dovrebbe riparare tutto quello che si rompe, che con il materiale a disposizione si possa fare ciò che si vuole.
Ho pensato che l'arte nasce dalla necessità. Ho pensato che non siamo più poetici. Che non sappiamo più incollare niente. Ho pensato che dovremmo imparare a fare la stessa cosa con la vita. A costruire quello che non c'è, quello che manca, quello di cui abbiamo bisogno. Che se rompiamo qualcosa dobbiamo incollarlo e ripararlo al meglio. Che servono colla, chiodi, legno, ferro, baci, carezze, parole.
venerdì 30 dicembre 2016
QUELLO CHE HO IMPARATO DAL 2016
Non amo fare i bilanci. Bilanciare vuol dire mettere su due
piatti diversi cose buone e cose brutte. Se dovessi fare un bilancio, vorrebbe
dire che dovrei tirare fuori anche le cose che di questo anno non mi sono piaciute.
E non ne ho voglia. In realtà le ho messe in un cassetto, perché non mi piace
buttare nulla, conservo sempre tutto. Questo non vuol dire, però, che non mi
abbiano insegnato qualcosa. Quindi ecco…parlerò di quello che ho imparato, nel
bene o nel male. Di quello che ogni esperienza, negativa o positiva che sia, mi
ha lasciato, qualcosa, una traccia, un ennesimo bigliettino della caccia al
tesoro che ci offre la vita. Ma che cos’è questo tesoro? E’ un obiettivo che ci
poniamo? Un programma che ci diamo? Un’ambizione, un punto di arrivo? Quello
che ho imparato da questo anno che sta finendo, è proprio che non ho nessuna
intenzione di cercare niente, di darmi una meta, un limite, un “sono riuscita”.
Il bello di questa vita è che non si smette davvero mai di trovare stimoli,
cose nuove, persone nuove. La vita è evoluzione. Non voglio arrivare da qualche
parte e non ci voglio arrivare in uno stato preciso…voglio solo andare, seguire
la strada che più mi piace e continuare su quella finché non ne incrocerò una
migliore, più appagante, temporaneamente. La vita è tempo. E’ tempo che passa e
non lo stringi più, scivola come l’acqua di una sorgente. Sorge. Ogni giorno. E
si rinnova, continuamente. Voglio un obiettivo solo se mi serve per la macchina
fotografica. Tutto il resto è pretesa che non mi interessa avere. Tengo quello
che ho e mi piace. Lascio quello che ho e non mi piace. Questo. Ho imparato
questo. Ho imparato che non è vero “Mai una gioia”…come ho ripetuto tante
volte, scherzando, in questi mesi. Mai una gioia? Penso che la vita sia fatta
di gioie ogni giorno…dall’alzarsi dal letto, scoprire che abbiamo ancora
quattro arti funzionanti, che respiriamo. Il caffè che ti scorre bollente giù
nell’esofago, fino allo stomaco e ti sveglia all’alba. I passi che camminiamo
per arrivare alla macchina, quelli dalla macchina all’ufficio, i gatti, le
persone che incontriamo lungo il tragitto. Un necrologio dove ancora, grazie al
cielo, il nostro nome non c’è! Una gioia…ogni giorno. Mille e mille
piccolissime gioie di cui non ci rendiamo conto che affollano le nostre ore, i
nostri attimi. Momenti così minuscoli che non riusciamo neanche a percepire. Ho
imparato a concentrarmi su quelli. Sul sorriso che mi rivolge un bimbo che
passa tenendo la mano a suo nonno, le canzoni cantate a squarciagola in
macchina da sola o con gli amici. I luoghi. Dio…i luoghi. Ogni prato che ho
calpestato, ogni pietra che ho toccato, fosse anche di un palazzo in
costruzione. I corridoi dei castelli. La nebbia fittissima al mattino che poi
diventava solo foschia e il sole inizia a far brillare la brina. Il freddo che
ti punge le ossa. Il sole che ti brucia la pelle. I chilometri nel nulla. I
chilometri in centri abitati. Le bestemmie alle 8 di mattina per il vecchietto
davanti a me che fa i 20…e poi ridere di quanto sono stronza. Parlare da sola.
Parlare con me come se fosse un’altra persona a farmi ragionare, a darmi
consigli…che comunque non ascolto. La voglia di piangere e non riuscire a farlo
perché in realtà non ne ho motivo. Le colazioni della domenica alle 9.30 che ti
chiedi che diavolo di colpa devi espiare per alzarti così presto in un giorno
di festa…ma sai che c’è un piacere più grande oltre alla pasta e al cappuccio
ed è il motivo per cui lo fai. Le risate a teatro. Le persone nuove incontrate.
Da ognuna di queste ho imparato qualcosa. Mai una gioia? Mille piccole gioie…ogni
giorno. In messaggio che volevo arrivasse e non è arrivato, mille gioie nel
saperlo perso per sempre, nel rendermi conto che queste piccole gioie di ogni
giorno io non le avrei mica avute se lui ci fosse stato. E me le prendo tutte.
Mi prendo i miei amici maschi. Ho imparato che l’amicizia, pura, semplice,
senza sesso (ahem…non sempre…) può esistere tra un uomo e una donna. E io ho i
miei amici maschi. Tanti amici maschi che, a modo loro, di certo mi vogliono
più bene di quanto lui non avrebbe fatto. Io mi sarei persa tutto questo.
Capite? Io avrei rinunciato a giorni di fotografie in giro per l’Italia, a
serate infrasettimanali di cinema semi vuoti. A pizze. A notti passate a
leggere. A pomeriggi passati a dormire. A panini del Panino Loco. A concerti. A
pomeriggi in piscina. A sogni. Quindi no…mai una gioia? No. Non è verso, sarei
falsa se dicessi che non ho avuto una gioia. E’ il peso che diamo alla felicità
che ne cambia la prospettiva. E’ sapere che a puntare troppo in alto si finisce
per cadere. Io non voglio puntare. Non mi interessa. Cammino. Continuo. Cerco
di arrabbiarmi meno, cerco di fare del
mondo un posto migliore partendo dai piccoli gesti, da una gentilezza che non
mi spetta, ma che neanche mi pesa. Cerco di vivere a costo zero (Zalando e
Amazon non c’entrano in questo caso!)…a costo zero di ansia, intendo, a costo
zero di rabbia, di astio, di cattiveria. Ho detto cerco. Non ho detto riesco.
Ci provo. Cerco di pensare che sorridere faccia meno male di gridare. Che
piangere faccia bene se è un’emozione che preme a chiedercelo. Che parlare sia
una delle più belle terapie di questo mondo. Che la pace si trovi in se stessi
e non altrove. Che il silenzio è fondamentale. Che le voci fanno la differenza.
Che in questo posto esistono persone bellissime…e molte di queste sono capitate
a me.
Questo è quello che ho imparato da questo anno. Dal 2016 ho
imparato il significato della parola “Serenità”.
lunedì 21 novembre 2016
IL DRAMMA DI NOI ALTI
Pertiche. Giandoni. Sandroni. Pali della luce. Ci chiamano in tutti i modi che ricordino qualcosa di enorme, di gigante. Perché dire ad una persona che è bassa è un'offesa, mentre chiedere ad una persona "Ma quanto sei alta??" dovrebbe apparire come un complimento? Credete davvero che noi alti siamo così contenti della nostra statura? Credete davvero al detto "Altezza mezza bellezza"??...Balle! Intanto conosco gente alta che comunque risulta cessa. Non abbiamo scelto noi di avere gambe lunghe, braccia lunghe e piedi lunghi. Ci siamo nati. Esattamente come i bassi. Che poi...chi stabilisce dopo quanto centimetri si è considerati alti e fino a quanti centimetri si è bassi? Mah. Certo, essere alti ha i suoi vantaggi...ai concerti, ad esempio. O quando devi riporre le coperte nella parte alta degli armadi, prendere barattoli dagli scaffali, cambiare lampadine, spolverare. Ma, secondo voi, la nostra vita è davvero così facile? Vi spiego cosa voglia dire essere una donna alta...una volta per tutte. E, come premessa, e come promessa, da domani, a tutti quelli che mi chiederanno "Ma quanto sei alta?" dico che risponderò con un bel "E tu? Quanto sei basso?"...per la parità. Io sono per la parità! Noi alti ci sentiamo sempre di troppo. Sappiamo di occupare molto spazio. Abbiamo arti che non sempre sono gestibili, soprattutto se siamo alti gesticolanti. Io una volta, a causa delle mie braccia lunghe, devo aver rotto inavvertitamente il naso ad una ragazza. Non scherzo. Dobbiamo contenerci. Farci stretti. Oppure cercare di vivere in spazi larghi. La mia apertura alare è molto ampia. Al cinema, a teatro...avete mai notato che stiamo con il sedere sempre sull'orlo della sedia e le gambe appoggiate con le ginocchia al seggiolino davanti? Vi siete mai chiesti il perché? Abbiamo l'ansia di dare fastidio, di impedirvi la visuale. Viviamo con la paura di dare noia. La natura ci ha forniti, per nostra disgrazia, di svariati centimetri in più rispetto ai vostri e noi non facciamo altro che sentirci in colpa! Quando parlate con noi, non siete voi che vi alzate sulla punte dei piedi per far sì che vi sentiamo meglio. NO! Siamo noi a doverci piegare. Viviamo con la schiena ricurva, la scogliosi latente, la gobba pur di non farvi sentire inferiori. Vi guardiamo dall'alto al basso mica perché vogliamo fare i fighi! Non abbiamo altra possibilità! Ci siamo deformati le ossa per fare un favore a voi. Noi donne, poi! Sfiderei chiunque ad essere una donna alta! Sapete quanta forza di volontà ci vuole? Sapete cosa voglia dire vedere un bellissimo paio di scarpe con il tacco 12 e dover desistere perché rischiamo di cadere e morire da due metri di altezza? Avvisare le amiche prima di uscire dicendo loro che ci siamo messe un tacco 5 e sentirsi sempre ripetere "Ma dove vuoi arrivare?"...Da nessuna parte! Non voglio arrivare da nessuna parte. Non riesco neanche a lavarmi i denti nel lavandino senza dovermi mettere a novanta gradi! Bello, vero?! Esaltante. Noi alti ci dobbiamo fare allungare i pantaloni! O farceli fare su misura. Srotolare l'orlo fino all'ultimo millimetro possibile per non avere sempre l'acqua in casa. Le maniche delle maglie non arrivano mai a coprire tutto il polso delle nostre braccia. Per noi donne, poi, il dramma peggiore è quello di trovare un uomo che sia alla nostra altezza! Già di uomini alti sopra al metro e 80 ce ne sono pochi e, come se non bastasse, quelli che lo superano, nel 90% dei casi, sono già stati presi da donne basse! Lasciateli a noi, porca puttana!! Cosa ve ne fate di uno alto due metri?!?! Io non me li posso mica mettere in tasca i fidanzati!
Insomma...dite quello che volete. Capisco l'invidia. Ma cosa abbiamo mai da invidiare? Quando vediamo quelle belle donnine piccoline, che stanno ovunque, che non hanno problemi di numero di scarpe (noi alte sul metro e 80 abbiamo il 42...cercate, cercate pure nei negozi se hanno il numero 42 di quelle belle scarpine che vi mettete voi!), che sono così graziose nella loro piccola statura. Aggraziate nel movimenti, che non devono aver paura di muoversi. Volete essere alte? Arrotolatevi i jeans, fate il risvolto alle maniche del maglione e mettetevi nei miei panni...poi ne riparliamo!
Insomma...dite quello che volete. Capisco l'invidia. Ma cosa abbiamo mai da invidiare? Quando vediamo quelle belle donnine piccoline, che stanno ovunque, che non hanno problemi di numero di scarpe (noi alte sul metro e 80 abbiamo il 42...cercate, cercate pure nei negozi se hanno il numero 42 di quelle belle scarpine che vi mettete voi!), che sono così graziose nella loro piccola statura. Aggraziate nel movimenti, che non devono aver paura di muoversi. Volete essere alte? Arrotolatevi i jeans, fate il risvolto alle maniche del maglione e mettetevi nei miei panni...poi ne riparliamo!
lunedì 18 luglio 2016
IO DICO SOLO LA VERITA'
La gente che mi conosce e mi segue sul social, quando mi incontra per strada, mi chiede come sto. E non è una domanda di circostanza, la solita, intendo. No. E' una richiesta, come a sapere "Ma quel tizio ti ha proprio distrutta...come stai?" E mi guardano con occhi compassionevoli, come a dire che l'amore ti ammazza proprio (che volendo potrebbe anche essere vero, per dire). Però, ecco, io non sto passando niente di diverso che non abbia passato nessuno prima di me o che io non abbia già passato...in passato. C'è solo una differenza. Io lo esterno. E non mi importa di apparire ridicola, patetica e fragile. Lo esterno perché ho imparato che nella vita non si deve tacere niente, neanche il dolore. E, credetemi, non è tutto questo dolore...è solo una fase di passaggio, un passaggio molto lungo, a quanto pare, ma necessario. Ci riderò un giorno. Come ho già fatto altre volte. O impazzirò. Ma non importa. La verità è che nulla importa. Ma insomma, guardatemi, non è che stia morendo. Sono solo un po' triste. Ma mi alzo dal letto, cammino, lavoro, faccio le mie mille cose tutti i giorni, ho sempre le mie passioni, la mia normalissima vita. Ho solo un pezzo di cuore in meno. Ma non è un problema, visto che mi pare funzionare ancora. Sono così messa male? Solo perché lo dico? Sì, cazzo, lo dico. Non mi vergogno a mostrare le mie debolezze, come, allo stesso tempo, non mi vergogno a mostrare i miei punti di forza. Cosa devo nascondere? E, soprattutto, perché dovrei? Fare finta di niente non mi è congeniale, a dirla tutta, quando mi diverto mi diverto, non sono sempre lì a crogiolarmi nel male. E' solo una cosa di cui mi costringo a prendere atto. E sfogarmi è il metodo migliore che io conosca. Ma tranquilli...non ho intenzione di tagliarmi le vene, non ne ho proprio motivo. Non cadrò di certo nella depressione per questo. Sono sopravvissuta a peggio. I problemi della vita sono altri. E l'amore, beh, l'amore è una cosa che nessuno sa cosa sia veramente. Quindi non è neanche un problema. E' solo uno stato. Ecco. Il mio stato adesso è questo. Fortunatamente altalenante da momenti di euforia e serenità. Quindi sì, sto bene. E lo dico in tutta onestà. Sto bene. Ho solo qualche ferita. Ma guariranno tutte. Lo so. Lo so e basta.
domenica 10 aprile 2016
IN TUTTA ONESTA' E FRANCHEZZA
Ma noi, dico io e te, a parere tuo, ci siamo detti tutto quello che avremmo voluto e dovuto dirci? oppure non lo abbiamo mai fatto? No perché, per dire, se tu adesso fossi qui, pensavo, mi piacerebbe fare un gioco con te. Tipo che a turno, uno alla volta, prima io e poi tu, ma puoi anche cominciare tu, se preferisci, ci diciamo queste cose, no? Così, un gioco stupido. Che dopo possiamo anche ridere o piangere, urlare, arrabbiarci, far valere le nostre ragioni, nel caso ne avessimo. E se proprio dobbiamo fare qualcosa, potremmo ammazzarci di baci e morsi o prenderci a schiaffi, se proprio non ne possiamo fare a meno. Che se sto seduta sopra di te, faccia a faccia, occhi negli occhi, io non posso sentirmi dare della stronza così, senza un motivo vero, almeno in quel momento. Perché ti sto solo guardando gli occhi e tu stai guardando i miei e so di non aver fatto niente in quel preciso istante. Eppure mi dici "stronza". Certo, lo so che lo sono. Per dio se lo so! Ma adesso no. Adesso ti sto solo offrendo il collo e mordicchiando un orecchio. Sono stronza per questo? Stronza perché ti guardo fisso e non ho paura? Stronza perché mi sono messa il profumo che so che ti piace? Stronza perché tutte le volte vado via dicendo che non tornerò invece torno sempre? Stronza perché torno e non dovrei tornare? Tornare dove? Tornare da dove? Stronza perché ti voglio così tanto che cado in trappole che neanche tendi...anzi, non hai proprio bisogno di tendere nessuna trappola, sei tu l'esca stessa. Stronza per chi? Per te? O per me? Stronza perché ogni volta mi racconto la favola della storia che cambia? Perché ogni volta voglio illudermi che sia diverso? Stronza perché ho ancora qualcosa che mi tiene legata a te? Oppure perché non lo so cosa mi tenga legata a te? Stronza perché impazzisco? Stronza perché mi manchi? Diciamoci le cose che non ci siamo detti. Diciamoci perché siamo stronzi, perché non vogliamo e cosa vogliamo. Diciamoci cosa siamo. Diciamoci cosa vogliamo essere, una buona volta. Una volta che sia quella buona, quella vera, senza occlusioni, senza omissioni, in sincerità e franchezza. Buttiamo sul tavolo le carte, togliamoci ste cazzo di maschere, una buona volta. La volta buona. Una volta che valga per tutti i silenzi e per tutte quelle volte che abbiamo messo una faccina sorridente ad un messaggio quando magari non ridevamo affatto. Diciamoci le volte che ci siamo pensati e non ce lo siamo detti, diciamoci le volte che camminando, in posti anche lontani, ci siamo visti ma non eravamo noi, e tutte le volte che abbiamo avuto voglia di chiamarci ma non lo abbiamo fatto. Raccontiamoci le paure, raccontiamoci cosa ci spaventa. Alziamo la voce, se proprio ne abbiamo bisogno, facciamoci del male se può servire ad andare via, una volta per tutte. Una bona volta. La volta buona. Ma smettiamo di tacere, e di fingere che sia tutto a posto. Non lo è. Forse per te, magari. Per me no. Non è tutto a posto. Voglio le parole. Voglio la verità. Voglio sapere perché non mi vuoi. E se puoi, perché io invece sì.
sabato 12 marzo 2016
CANCELLANDOTI
Sai, l'altra notte, mentre mi avvolgevi gli incubi, mi sono svegliata e ho dovuto cercare un modo per eliminarti....ho pensato, magari, ci fosse una tecnica, una strategia, per farti andare via da questa testa che non dorme più, che non ragiona più, che non ne vuole sapere di arrendersi e di lasciarti andare. Allora ho provato a visualizzarti. Ho visualizzato un'immagine neutra di te. Non nudo, che immaginarti nudo non mi faceva venire voglia di cancellarti. Vestito. Ma non con la felpa verde scuro, quella col cappuccio...che quella felpa mi fa impazzire solo a pensarla e mi sa di abbracci caldi. E con poca barba, giusto un'ombra, perché eliminare la tua barba, per me, sarebbe come eliminare una parte di me. Insomma, ti ho visualizzato così, dicevo, neutro, a figura intera, proprio naturale. E poi ho dovuto visualizzare anche una grande gomma. Piano, piano, partendo dai piedi, ho cominciato a cancellare parti di te. Le dita. Le mani. Un polpaccio...piano piano, come se non volessi sgualcire il foglio immaginario. Un foglio che conteneva tutto te. Sai quanto è difficile dimenticare quando sai che devi farlo ma non vuoi farlo? Sai quanto costa fatica e costanza sentire le mancanze, le assenze e non poterle riempire? Lo sai? Lo so che lo sai. Ma non è colpa tua. Non è neanche colpa mia. Ci provo, lo giuro. Da quella sera, ogni notte, prima di addormentarmi, io prendo la gomma e comincio a strisciarla su di te, sulle tue labbra, sulla tua faccia, sulla pelle, sulle braccia. Ma restano gli aloni, restano le pieghe, resta il segno della matita, troppo marcato, troppo spinto, troppo e basta. Sai cosa vuol dire? Lo sai? No...forse non lo sai.
sabato 2 gennaio 2016
TENGO, LASCIO. PRENDO, MOLLO
Non ho buoni propositi per l'anno a venire. Non ne faccio da secoli, ormai. Ma so cosa voglio tenere e cosa voglio lasciare dell'anno appena trascorso.
Lascio le lacrime, intanto. Lascio un amore che non ha portato da nessuna parte. Lascio lui, che mi ha insegnato, senza saperlo, cosa voglio e cosa non voglio. Non voglio qualcuno come lui. Voglio altro, voglio il meglio, voglio ciò che mi merito. Tengo i baci, però, quelli che ci siamo dati nelle notti di fine estate. Li tengo perché sono stati baci belli e non portarli nel nuovo anno mi dispiacerebbe anche un po'.
Lascio le fotografie che non ho scattato. Ma tengo i posti che ho visto, le strade inghiaiate della Toscana e della Puglia. Tengo i chilometri di sana solitudine, quella di cui, per indole, necessito.
Tengo la fiducia in me stessa. Tengo la consapevolezza che, solo pochi anni fa, non riuscivo neanche a scendere di casa per gettare la spazzatura... mentre oggi mi sembra tutto semplice...dal farmi due mila km da sola e vivere per me soltanto. Lascio, quindi, la paura di non farcela.
Tengo i giorni tristi affinché rendano più felici i giorni felici.
Lascio il rancore, la rabbia, la disillusione.
Tengo la serenità.
Tengo gli amici nuovi, le colazioni della domenica. Tengo gli amici vecchi, che vorrei che mi accompagnassero fino alla fine dei miei giorni. Tengo le persone incontrate nei miei viaggi, i sorrisi, le parole che abbiamo scambiato.
Lascio lo stress di un lavoro che non è più il mio lavoro ma che per ora devo tenere, finché concesso, in quanto devo campare.
Tengo la mia voglia di andare. Quella che mi spinge a guardare avanti sperando di trovare una soluzione a quello che voglio fare.
Lascio mio nonno. Il suo corpo freddo e rigido in una bara. Ma tengo i suoi racconti, la sua vita, le sue esperienze, le storie, le raccomandazioni, le discussioni. Tengo ogni ricordo e ogni insegnamento che mi hanno fatta crescere.
Tengo i consigli. Pensate che non li ascolti, lo so...ma invece li ascolto e li conservo. Il fatto che poi non li utilizzi è un'altra storia. Ma ne faccio tesoro. Li chiudo in una scatola, ma sono lì, pronti per ogni evenienza.
Tengo i concerti, la musica, le canzoni cantate a squarciagola sotto ai palchi, i salti, le spinte, le urla. Tengo le foto che ho fatto a quei concerti, ma lascio un loro album nel 2015 al legittimo proprietario...che il proprietario di una foto non è chi la scatta, ma il soggetto.
Tengo un bel po' di cose, adesso che ci penso. Ne lascio molto poche. Forse non è stato un anno così brutto come pensavo.
Ah sì...tengo te...nel dubbio. Perché mi piaci. Mi piaci parecchio.
Ma, soprattutto, tengo me. Tengo quello che ho capito di me in questi dodici mesi. Anche se di me, mi sa, che non capirò mai proprio tutto tutto. Ma mi tengo. Mi tengo ben stretta. Come tengo stretta la poesia, come il cinema, il teatro, come la radio, come ogni cosa che amo. Mi tengo abbracciata forte, curandomi di me prima di curarmi di chiunque altro. Perché sì, tengo anche la mia sindrome malata da crocerossina, come tengo la presunzione di poter essere utile alla vita degli altri, in un modo o nell'altro.
Tengo chi vuole rimanere.
Lascio chi se ne vuole andare.
domenica 6 dicembre 2015
CREDI NEL CASO?
Credi nel caso? Mi chiedi. Non credo più a niente. Ti dico. Credo che le cose succedano e basta. Che le persone lo sappiano prima che se ne accorgano. Credo che siamo noi a chiamare il caso. Credo che tu dovessi essere qui, in un modo o nell'altro. Credo che avessi bisogno di dirmi che saresti partito. Credo che io avessi bisogno di sapere che lo avresti fatto. Credo che senza volerlo io te lo abbia chiesto. Credo nelle energie che muovono le menti, i pensieri. Credo che quando vogliamo una cosa così tanto, siamo capaci di smuovere interi universi e sistemi affinché possano succedere. Si staccano fili, si spostano lancette, si modifica ogni singolo avvenimento. Credo nei corpi che si spostano. Credo che non ci sarà mai fine a tutto questo finché continuerò a volerti così tanto. Credo che ci gireremo intorno, ma che le nostre strade non si incontreranno più.
Credi nel caso? Mi chiedi, Non credo più a niente. Ti dico. Credo solo che le lacrime non siano capaci di esaurirsi, ma si rigenerino costantemente.
Credo che smetterò di volerti, prima o poi, che potrò dimenticare.
Credo che...
Credo di non aver capito davvero niente.
E no. Non credo nel caso. Credo che ogni cosa, dal passo al sorriso, al pianto, la scegliamo noi, prima di nascere. Credo che tu abbia scelto. Credo di averlo fatto anche io.
Credo che adesso basta.
Credo che domani no.
Credo di non conoscere abbastanza parole per dirti tutto. Credo che in realtà non ci siamo mai detti tutto. Credo che non ci siamo mai detti niente.
Credo che adesso da te non so che ore siano. Da me è tardi. Ma non abbastanza. Credo al fatto che potrai essere distante tutti i chilometri che possano invadere la terra, ma credo che per quanto io possa tacere, tu sappia sentirmi. Credo che odio tutto questo. Credo che non vada bene. Credo che sia una sorta di malattia. Sai. C'è chi crede che io sia pazza. Che io mi sia fissata con te senza un motivo vero. Credono che io non voglia davvero te, ma qualcuno e basta. Credo di essere abbastanza sana da capire che voglio te. Credo che non me ne freghi niente di quello che credono gli altri. Credo che mi mancherai. Credo che tu mi manchi sempre. Credo a troppe cose. Ma nel caso no. Noi non siamo caso. Noi siamo qualcosa che va oltre, che è oltre. Qualcosa che non sai, che non so. Siamo l'emblema di qualcosa che ancora la società non ha etichettato. Siamo due che sono distinti. Siamo due a parte. Siamo io qui. Tu lì. Credo che siamo in un qualcosa che non avverrà mai. Credo che giusto o sbagliato che sia, ecco, io credo che sia così. Credo a questo. Non al caso. Al caso no. Con noi il caso non c'entra niente.
Credi nel caso? Mi chiedi, Non credo più a niente. Ti dico. Credo solo che le lacrime non siano capaci di esaurirsi, ma si rigenerino costantemente.
Credo che smetterò di volerti, prima o poi, che potrò dimenticare.
Credo che...
Credo di non aver capito davvero niente.
E no. Non credo nel caso. Credo che ogni cosa, dal passo al sorriso, al pianto, la scegliamo noi, prima di nascere. Credo che tu abbia scelto. Credo di averlo fatto anche io.
Credo che adesso basta.
Credo che domani no.
Credo di non conoscere abbastanza parole per dirti tutto. Credo che in realtà non ci siamo mai detti tutto. Credo che non ci siamo mai detti niente.
Credo che adesso da te non so che ore siano. Da me è tardi. Ma non abbastanza. Credo al fatto che potrai essere distante tutti i chilometri che possano invadere la terra, ma credo che per quanto io possa tacere, tu sappia sentirmi. Credo che odio tutto questo. Credo che non vada bene. Credo che sia una sorta di malattia. Sai. C'è chi crede che io sia pazza. Che io mi sia fissata con te senza un motivo vero. Credono che io non voglia davvero te, ma qualcuno e basta. Credo di essere abbastanza sana da capire che voglio te. Credo che non me ne freghi niente di quello che credono gli altri. Credo che mi mancherai. Credo che tu mi manchi sempre. Credo a troppe cose. Ma nel caso no. Noi non siamo caso. Noi siamo qualcosa che va oltre, che è oltre. Qualcosa che non sai, che non so. Siamo l'emblema di qualcosa che ancora la società non ha etichettato. Siamo due che sono distinti. Siamo due a parte. Siamo io qui. Tu lì. Credo che siamo in un qualcosa che non avverrà mai. Credo che giusto o sbagliato che sia, ecco, io credo che sia così. Credo a questo. Non al caso. Al caso no. Con noi il caso non c'entra niente.
sabato 14 novembre 2015
PENSIERI DISCONNESSI IN UNA NOTTE DI NEBBIA
Mi capita, ogni tanto, quando sto per addormentarmi, di pensare a cose strane. Tipo...Adesso mi addormento. Poi mi sveglio. E sono sdraiata con la testa sulle ginocchia della nonna. E' piena estate. Sono le tre del pomeriggio. E' caldo, è umido. Cantano le cicale. Sono sul dondolo, quello di legno che ha fatto il babbo. Ci fanno ombra gli ulivi. La nonna parla in dialetto, mi racconta storie e io sfioro con le mani la gramigna che cresce, cresce. Il nonno suona la fisarmonica. Ho sei anni. E quando mi sveglio, penso, "menomale...era solo un sogno!". Ho sei anni, è il 1988, non so cosa voglia dire la vita, ma so che ho paura della morte. La mia...perché, nel caso dovessi morire, non saprei proprio come fare senza mia mamma e mio babbo. Dei miei genitori...perché, nel caso dovessero morire, non saprei proprio come fare senza mia mamma e mio babbo. Dei miei nonni...perché sì, perché i nonni servono sempre. Ho sei anni. E ho ancora tutta una vita da vivere, da progettare, da fare. Un futuro in cui sperare. Con tutti i pro e i contro. Ma ho sei anni...non ho proprio idea di come sarò da grande, cosa farò, cosa voglio fare. Gioco con i gatti, bacio i cani, corro per i campi e salgo sugli alberi con l'agilità di uno scoiattolo. Ho sei anni. E non mi preoccupa nulla. Vorrei davvero che la vita vissuta fino ad ora fosse stato solo un sogno. Svegliarmi e avere tutte le opportunità ancora a portata di mano, avere scelte da fare, possibilità. Invece no. Mi sveglio e sono ancora io. Sono già qui. Con i miei 33 anni quasi 34. Con gli sbagli, gli errori, una paura del futuro che mi fa piangere. Paura di non sapere dove andare. Sapere che devo andare...ma senza sapere verso dove. Mi sveglio e temo che non ci sia via d'uscita. Incastrata in un sistema che mi toglie il fiato, mi fa innervosire, mi fa venir voglia di tornare indietro davvero. Quando avevo sei anni, ma anche quando ne avevo quattordici o venti, me lo dicevano i grandi...più cresci più crescono i problemi. Io non credo di avere particolari problemi...insomma...a parte quelli psichici, ovviamente. Posso ritenermi fortunata. Non dovrei fiatare. Ma non ce la faccio a stare zitta. E' sempre stato così. Posso davvero risvegliarmi nel 1988? Posso davvero guardare avanti e avere una gran voglia di crescere? Posso essere curiosa? Posso avere voglia di vivere ogni giorno con vivacità, speranza? Posso? O devo continuare così? In questo mondo che non mi appartiene più da un po', adesso che ho visto che non è il mondo che volevo e in cui credevo 27 anni fa. Adesso che so com'è quello che in passato sarebbe stato il mio futuro, il mio futuro che adesso è presente ed è un presente di cui non riesco a fare parte, in cui non mi sento io, in cui proprio non sono io. Io...che mi perdo dietro a sogni sempre più grandi, sempre più irraggiungibili, sempre più estremi. Al sogno di scappare, di sparire, di fare quello che voglio, di trovare un posto mio, il mio angolo di universo. Quello in cui posso essere davvero me stessa, senza dover rendere conto a nessuno. Io. Che ancora oggi mi guardo allo specchio, inizio a contare le rughe agli angoli della bocca, le occhiaie sempre più marcate, e penso a come sarò da grande...ma non ho più voglia di saperlo.
venerdì 4 settembre 2015
VIENI A PRENDERMI IN PICK UP
Photo dal web
Vieni a prendermi in pick up. Uno di quei pick up vecchi, un po' arrugginiti, senza aria condizionata, con la radio a manovella che non legge i cd e neppure le musicassette. Rosso. Mi piacerebbe che fosse rosso. Se poi non trovi il pick up, mi va bene anche un furgoncino della Volkswagen, di quelli tipo figli di fiori...chissà dove eravamo noi quando facevano la 3 giorni di Woodstock, piuttosto!
Ti aspetterò sotto casa, con una valigia...piccola, lo giuro! O forse, addirittura, avrò una sacca da militare sulla spalla. Indosserò un cappello di paglia, una gonna di jeans al ginocchio, una camicetta viola e un paio di stivali con il tacco basso.
Se vieni a prendermi con un pick up, fallo quando vuoi, basta che mi avvisi un paio d'ore prima. Al collo la macchina fotografica e milioni di immagini da immortalare. Porto anche un frigo portatile pieno di ghiaccio e birre. Tu magari, se non ti è di troppo disturbo, potresti preparare un paio di panini.
Vieni a prendermi in pick up. E andiamo via. Guiderai tu finché non sarai stanco, ti darò il cambio quando vorrai riposare gli occhi o solo ammirare il paesaggio. Prometti che non prenderemo le strade più veloci, né quelle troppo asfaltate. Godiamoci il viaggio. Facciamo le strade più difficili, quelle sterrate. Nel cassone del pick up, quando verrai a prendermi, metterò una tenda, due sacchi a pelo, una lanterna, una piccola bombola di gas e il minimo indispensabile per la sopravvivenza. Ah già...ricordami di non dimenticare cerotti, garze, disinfettanti e siero antivipera. Perché ci faremo male, dio solo sa quanto ce ne faremo. Eppure, benché il rischio sia alto, non vedo l'ora di salire su quel pick up al più presto.
Vieni a prendermi in pick up, controlla la pressione delle gomme, l'olio e guarda che nel cruscotto ci sia una cartina del mondo, perché ho una voglia matta di girarlo tutto questo mondo. Porta una giacca pesante, sciarpa, berretta di lana e guanti per quando arriveremo in Alaska. Porta il costume e un telo da mare per quando finiremo su una spiaggia deserta e ammireremo nature incontaminate. Porta un ombrello per ripararti dai temporali improvvisi della Scozia e dell'Irlanda e un impermeabile resistente per quando ci troveremo nel mezzo dei fiordi norvegesi.
Vieni a prendermi in pick up. Faremo un viaggio che durerà fino a quando entrambi ne avremo voglia. Quando anche solo uno dei due avvertirà il bisogno di tornare indietro, l'altro avrà semplicemente due scelte. Tornare anch'esso o restare senza compromettere il volere del primo. Saremo liberi...e lo saremo insieme.
Se vieni a prendermi in pick up, saremo felici e zingari. Ci fermeremo in uno di quei bar del Texas, quelli dalle luci soffuse, olezzanti di fritto, sudore, tabacco e rissa. Uno di quei bar dove suonano musica folk e la barista è più ubriaca degli avventori. E rideremo così tanto, e ci stancheremo così tanto che la sera ci faranno male i muscoli della pancia.
Ricordati la chitarra. Potrebbe servirci quando avremo finito i soldi e dovremo piazzarci nei parchi di New York per elemosinare qualche spicciolo per proseguire il percorso.
Quando saremo stanchi, ci fermeremo a riposare occhi e gambe. Quando troveremo posti incantevoli, ci fermeremo ad ammirarli il più a lungo possibile. E se troveremo un posto che potrebbe somigliarci, potremo restare per tutto il tempo che vorremo.
Ma vieni a prendermi in pick up. Perché se tu non vieni, io non vado da nessuna parte. Se non posso farlo con te, potrei farlo anche da sola...ma non sarebbe la stessa cosa e comunque so che non potrei farlo con nessun altro. Come compagno di questo viaggio, ora come ora, mi vieni in mente solo tu.
giovedì 3 settembre 2015
IL SALTO DI MICHELE
Photo: "Valentina Violetvintage"...che poi sarei io
Guardo il sorriso di Michele, alla fine del suo concerto. In realtà non è solo un concerto. E' uno spettacolo con tutti i crismi. Saluta. Salta. Dopo oltre due ore, questo ragazzo che dentro, dite quello che volete, ha ancora 15 anni, salta e corre come un capretto. Michele. Sono sotto il palco e mi sono goduta ogni parola, ogni smorfia...tutto. Mi guarda. E vedo in quegli occhi qualcosa che vorrei vedere negli occhi di tutte le persone che incontro ogni giorno. La purezza. Prima di tirare le tende, si gira verso il pubblico. E lo vedo. Vedo la soddisfazione che gli sprizza fuori da ogni riccio. Non è la soddisfazione del solito cantantello borioso e sboroncello. Non è quel tipo di soddisfazione da "Guarda sti stronzi...sono tutti in delirio per me!". La soddisfazione di Michele gli si legge proprio negli occhi, ed è una soddisfazione quasi primordiale. Sembra che con quel sorriso voglia dire "Grazie...grazie al cielo qualcuno mi ha capito!". Michele, secondo me, ha una missione nella vita. Smuovere le coscienze. Se oggi mi chiedessero come ti immagini Gesu Cristo, vi direi che me lo immagino così. Un messia del terzo secolo. Alt. Fermi...non pensate che abbia intenzione di fare paragoni religiosi...nè, tanto meno, divinizzare Capa. Pensate alle cose che sapete meno di quello che vi hanno dipinto di Cristo. Pensatelo come una persona nato da una madre come tutte le altre, un padre come tutti gli altri. Pensate a questo bambino un po' fuori dal comune. Mettetelo in un contesto sociale dove la priorità è l'apparenza. Mettiamo che fosse un bambino anche un po' bruttino, via. Lui aveva qualcosa che gli bruciava dentro, un qualcosa che lo distraeva dal resto. Chissà, forse qualche volta ha anche provato a conformarsi, a mettersi maschere, a giocare con gli altri. Ma si è rifugiato nel suo angolo e nelle incomprensioni di un mondo che non riusciva a farsi piacere. Neanche oggi questo mondo gli piace, ma ha trovato persone che, come lui, vorrebbero cambiarlo. Michele ha una missione. E forse non lo sa. Quello che fa è quello che sa fare. E' il suo sfogo, il suo dipinto, il suo olio su tela. E' l'urlo. E' il salto. Sa che per portare un messaggio, oggi, non può andare a predicare da nessuna parte. Sa che il palco è il suo pulpito. Ci si è ritrovato. E visto che c'era ha iniziato a giocarci un po'. Ha iniziato a prenderci gusto. Ha capito che più avrebbe giocato, più persone lo avrebbero seguito. Alt. Non vorrei che si pensasse che questo Capa sia uno di quei lestofanti che vogliono ingannare e portare le persone ad uno stato di dipendenza (anche se, per quanto mi riguarda, benchè io non abbia mai avuto occasione di provarla, sono certa che mi faccia più effetto lui di una sniffata di cocaina!). E' la sua dote. Lui sa. E lui sa che è giusto che quello che sa venga esposto a più pubblico possibile. Lui sa che sapere, conoscere, informare, sono le basi fondamentali di una società sana. CAPAREZZA MI PIACE PERCHE' E' TROPPO POLITICO. Non vedo perché non dovrebbe esserlo. Eppure so perfettamente che non si candiderebbe mai da nessuna parte. Lui non si schiera. Parla per coscienza, per logica, per quello che dovrebbe essere normale in una società normale! CONTRO tutto quello che non è obiettivamente umano. Ecco la sua soddisfazione. Lui sa quello che ha raccontato. Vedere tutte quelle persone sotto il suo palco e sogghignare non è certo per lui un motivo di vanto personale. Michele sa che quello di cui parla può aiutare a cambiare la visione delle persone nei confronti delle altre persone. Non viene osannato. Viene compreso. E' molto diverso. E ho quasi le lacrime agli occhi quando canta della sua terra. E così mi viene voglia di andare a vedere la Puglia...che non ci sono mai stata. E ho dolore quando so che ci sono milioni di Eroi e ho rabbia quando so che per molti non è vero che non esistono Razze. Mi coloro mentre canta Mica Van Gogh, mi coloro coi colori opachi della nostalgia di tempi in cui non esistevano tastiere, chat, telefoni e la propria arte era davvero arte, dettata da un malessere interiore, dal bisogno di esternare un peso enorme che continuava a tenerti ancorato a terra. Oggi Michele salta. Ho paura che se non avesse iniziato a cantare, se non avesse capito che scrivere sarebbe stata la sua salvezza, si sarebbe già impiccato da un po'. Non per codardia...ma per nausea verso ciò che con lui non aveva niente a che fare. Michele salta. Salta tanto...davvero molto. Che io, per dire, ero già stanca dopo aver cantato metà di una sua canzone, ferma, attaccata alla transenna. Lui no. Ha ancora così tanto da dire che non riesce a stare fermo. Preso, forse, da uno spasmo di non avere tutto il tempo del mondo per poterlo fare. Michele salta. Ride. Saluta. Io piango un po'...non perchè è Michele. Piango perchè vorrei che tutti fossero un po' Michele. Vorrei che tante parti di Michele si sperdessero nell'aria. La gente, "tutta questa bella gente", respirerebbe piccole cellule di Michele e potremmo iniziare a vivere in un contesto più giusto. Alt...mica sto paragonando il Capa a Polly Anna, eh, sia chiaro. E' un buono...ma non un coglione. E' una di quelle persone che mi piacerebbe avere come amiche. Sa. Lui sa. Lui sa che tutti dobbiamo sapere. Michele salta. Io piango. Michele sorride. Io gli mando un bacio (manco fosse un Beatle, per dire!)....ma è un bacio di comprensione. Una strizzata d'occhio. Una pacca sulla spalla. Un modo per dirgli "Michele, grazie. Ho capito. Ti ho capito. Finalmente non sei più un ragazzino solo." Michele ride. Io rido. Il palco si spegne, qualcuno resta per gli autografi e le foto, qualcuno se ne va. Io me ne vado. Resta dentro come una bomba ad orologeria....e prima o poi esploderà.
venerdì 15 novembre 2013
COME TI SISTEMO L'ITALIA IN ZERODUE
Crisi...c'è crisi...c'è crisi un cazzo!!! Ops, perdonate il francesismo! C'è crisi per chi i soldi non li ha...peccato che ci sia chi i soldi li ha...li ha eccome! Bene..sistemiamo l'italia...prendiamo rimedi, applichiamoli. Difficile? Sì, se lasciamo che a sanare tutto siano gli italiani..o meglio, coloro che dovrebbero rappresentare il popolo italiano. E' chiaro che se è lo stesso politico che ha in mano i soldi quello che deve sistemarli per tutti, non lo farà che per se stesso. Quindi...vediamo..una soluzione ci sarebbe...siamo in Unione Europea ancora, no?..Forse per poco, ma ancora ci siamo. Bene. Un membro dell'unione, magari un membro non corrotto, si mette al governo. Prende la costituzione (che ormai ha il valore di Moby Dick) e inizia a trattare punto per punto.
L'italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Ad esempio. Intanto iniziamo col lavorare sul concetto di Repubblica...e poi su quella del lavoro...per tutti! Il membro UE ha in mano tutti i conti, tutte le spese, tutto..tutti i nomi della gente che doveva già essere in galera da un pezzo e invece ci governa. Bene...il membro UE, a questo punto, girando blindato e con una scorta, pagata sempre dall'UE, inizia a fare due conti...inizia a capire che c'è chi prende troppo stipendio, troppe pensioni e chi non prende un cazzo! (scusate ancora il francesismo). A quel punto, chiamiamola dittatura o come minchia volete, senza colpo ferire, inizia a fare tagli dove i soldi ci sono. Dimezza o trimezza le pensioni e decide un limite che consenta ad ogni individuo di poter campare senza sforzi ma neanche senza sfarzi (notare il raffinato gioco di parole!)...quanta gente abbiamo al governo? In quanti mangiano senza fare una sega grazie ai cittadini italiani?...Bene?...1000? Ok...fuori..tutti! Quanti partiti, partitini e partitelli?...Troppi. Ne bastano due...uno di sinistra e uno di destra...tutto il resto è noia. Tanto, alla fine, votate sempre quelli, coglioncelli di italiani, i piccoli partiti, che magari potrebbero cambiare qualcosa non ve li cagate neanche...via...in miniera gli altri!...In fabbrica...a produrre! Tasse?...Il membro UE cercherà di agevolare le imprese abbassando le tasse, in modo da poter assumere più personale possibile e far lavorare la gente per meno ore e con lo stesso stipendio. Più posti lavoro...più tempo a disposizione. Gli stipendi, ovviamente in base al rischio e alle responsabilità, dovranno avere un tetto minimo e un tetto massimo. Basta coi prodotti di esportazione...o meglio, regolare i prodotti che vengono dall'estero. Regolare l'immigrazione. Non che non dobbiamo tenere nessuno...anzi...per carità...io sono la prima che dice che sia giusto dare asilo a chi è in situazioni peggiori delle nostre...ma bambini, diciamoci la verità e siamo realisti...adesso come adesso venite dalla merda per entrare in un'altra merda! Fatevene una ragione! Bene...a questo punto, chi entra deve avere un lavoro sufficiente a mantenersi entro un mese. Evasione fiscale?...Basta...si scarica tutto...dal panino al cambio delle gomme. Case? Ogni persona deve avere la possibilità di comprarsene una. E ogni persona potrà avere intestate al massimo due case. Se ha un'eredità deve venderne una in modo da non avere comunque più di due case!...La mafia?..Fanculo la mafia...la mafia esiste, è vero...ed essendo un problema concreto è anche un problema risolvibile...se lasciamo ad arare i campi la gente corrotta. Non so come...altrimenti sarei io il membro dell'UE ad andare su per sistemare le cose, vi pare?!?!...
Quello che voglio dire, alla fine, è che se si elimina il marcio, non è poi così difficile mettere a posto le cose. Insomma, certo, qui è tutto molto semplificato, molto easy...ma a parere mio tutto fattibile e sistemabile. Ma solo ad un pazzo può venire in mente un piano del genere, solo ad un pazzo può venire in mente di mettere le mani in un casino come l'Italia. Certo...se la smettessimo con sta puttanata dell'Unione Europea e dicessimo chiaro e tondo che siamo un Paese che non ha nulla a che fare con il resto degli altri Paesi...che hanno regole che permettono di vivere serenamente un po' tutti...facciamo schifo..viviamo in un'Italia che è davvero quella della pizza e il mandolino...E ci sta bene così. L'ho sempre detto..finchè io continuerò a scrivere stronzate e non alzerò il culo dalla sedia...finchè voi continuerete a lamentarvi senza fare niente...vuol dire che lo meritiamo. Meritiamo che nessuno provi a salvarci...meritiamo di essere controllati e manovrati da questa orda di imbecilli che non sanno neanche dove hanno il buco del culo rispetto alla bocca!
SCUSATE I FRANCESISMI!
mercoledì 4 settembre 2013
SI'
Sì, facciamolo adesso. Facciamolo
subito. Che poi lo so che finisce che cambio idea e non lo faccio più. O adesso
o niente. Adesso dico, proprio ora. Domani non lo so! Se tu adesso me lo
chiedessi, non tra cinque minuti, ma proprio adesso, ti direi sì sì sì…mille
volte sì! Qualunque fosse la domanda. Ma adesso. Facciamolo dai! Facciamo come
fanno gli altri! Ci compriamo una casa facendo il mutuo a vita, l’arrediamo coi
mobili dell’Ikea e facciamo uno stato di famiglia solo. Pensa… ci vedremo ogni
mattina, ogni sera, e faremo quello che ci pare e quando ci andrà. Prepareremo
insieme la cena, tu sparecchierai mentre io caricherò la lavastoviglie. Dai…che
bello!! Lo facciamo sul serio?! Le domeniche mattina ci sveglieremo tardi e
pranzeremo in un bel bar facendo colazione. Ci incontreremo dopo il lavoro e
faremo la spesa insieme. Facciamolo. Allarghiamoci. Facciamo un figlio come
fanno gli altri. Un bel bambino. Con i miei occhi e la tua bocca. Gagino…sarà
gagino e noi lo chiameremo Gagin. Ma solo tra noi, quando saremo da soli.
Nessuno lo dovrà sapere. Piangeremo per l’emozione quando lo vedremo camminare
per la prima volta. Ti sentirai così orgoglioso quando ti chiamerà papà. E
smonta e rimonta seggiolini in macchina, e apri e chiudi passeggini. Sarà bello
vederlo crescere e insegnargli a vivere. Da me imparerà a sognare. Da te la
concretezza e la linearità della vita. E crescerà, si farà grande, andrà
all’università e magari troverà un lavoro. Poi un giorno verrà da noi e ci dirà
che anche lui farà quello che fanno gli altri. Noi, che intanto saremo
invecchiati, saremo stanchi, segnati dalle rughe e dagli anni. Noi che
invecchieremo insieme, vicini, nonostante tutto, nonostante il resto. E se tu
te ne dovessi andare prima di me, io me ne vorrò andare. E sarò così egoista
che pregherò di morire prima io per non dover sopportare il dolore di
sopravviverti … giuro, non ce la farei. E sarà come fanno tutti, o quasi.
Quelli che continuano a tenersi per mano…fino alla fine. Sì. Se me lo chiedi
adesso, proprio adesso, in questo momento, non tra cinque minuti o mezzora,
sì…io ti dico sì. Mille volte sì.
mercoledì 12 giugno 2013
IL DESTINO GIOCA AI DADI...E VINCE SEMPRE!
Abbiamo voglia a dire di avere speranza. Dal pulpito il prete incita alla preghiera, a credere in un Dio che ci pone delle domande e a darci delle risposte. Strano...ho sempre pensato che Dio fosse onnipotente e onnipresente. Forse è per questo che non credo più. Mi hanno sempre fregata. Dio non c'è. E' inutile. Come puoi dire che esiste un Dio quando davanti hai due bare bianche, quando intorno a te vedi genitori piangere la morte delle proprie figlie. Dio non esiste. Questo essere supremo che regola le nostre vite, che dovrebbe preservarci perchè lo preghiamo, che dovrebbe sostenerci nei momenti di dolore...ma per favore! E' destino. E al destino non puoi dire "Scusa, aspetta un attimo, non sono pronto". Il destino gioca a dadi e vince sempre. Fa sempre 6...o 12...a seconda di quanti dadi tira. Non c'è scampo. Ti prende e ti porta via. Una vita...due vite...e tu sei lì e ti senti impotente davanti a questa forza sconosciuta, che non ha un volto, non ha un nome. Fato. Il bizzarro modo che ha la vita di prenderti da parte e dirti di non abbassare mai la guardia. C'è un mondo dietro tutto questo, il mistero assoluto della morte. Sappiamo che c'è, sappiamo che tocca a tutti, ma il motivo per cui sia toccato a due ragazze appena maggiorenni anzichè al vecchietto centenario, porca puttana, mi sfugge. Con tutto il rispetto per il vecchietto centenario. C'è un momento in cui queste domande te le fai...è il momento in cui incroci lo sguardo del padre di una ragazza che non c'è più...e lui accenna un sorriso, come per farti forza...lui a te!...Come fa? Come fa a non vedere che stanno sigillando in un loculo una bara con dentro la sua bambina? La stessa bambina che ha cresciuto, che era così grazie a lui? La bambina per cui aveva preso bracciali e collane al mare pochi giorni prima. Ci deve essere un tasto nell'organismo umano, un tasto che viene attivato in automatico per non sentire il dolore, che anestetizza il sangue che brucia e si mischia alle lacrime che non possono uscire. Il tasto off. Forse lo abbiamo anche noi. Perché non capisco come possa stare in piedi una madre che perde il frutto di quello che ha portato dentro per nove mesi, una madre che ha pianto la prima volta che ha visto sua figlia camminare, o che ha gioito quando ha sentito la sua prima parola. Ci deve essere un modulatore...un meccanismo interiore che permette all'uomo di andare avanti...forse si chiama istinto di sopravvivenza...Ma non so cosa voglia dire sopravvivere al proprio figlio. Al solo pensiero vorrei morire. Forse è anche questo uno dei motivi per cui, egoisticamente, non voglio fare figli. E' il dolore più insopportabile, più lontano da ogni immaginazione. Eppure si va avanti...ne ho visti tanti che hanno continuato la loro vita. E hanno trovato altre strade, canali in cui versarsi per sentire meno male...queste esperienze che a qualcuno capita di dover affrontare, voglio sperare, devono avere un motivo, devono portarci su una via di consapevolezza..."non abbassare mai la guardia", ti dice il destino mentre ritira i dadi dal tavolo verde e tutte le tue fiches spariscono in una nuvola di fumo. E a noi non rimane niente. Solo il rumore della calce sui mattoni, solo qualche fiore sparso sui ciottoli bianchi. Rimangono le parole che rieccheggiano nell'aria, i pianti, gli abbracci, le pacche sulle spalle. La gente se ne va, lascia libero lo spazio, lascia il posto al dolore. Rimane il vuoto incolmabile, rimane la perdita. Rimane una bara chiusa, un corpo che non crescerà più, che non potrà più vivere. Rimane l'anima, forse a vegliare, forse se ne è già andata per ricominciare. Rimangono due genitori che stasera torneranno a casa e si fermeranno sulla porta di una camera vuota, senza musica, senza voci. Il nulla. Dopo tutto, rimane il nulla.
lunedì 1 aprile 2013
VORREI DIRVI CHE CI CREDO
Vorrei dirvi che ci credo. Vorrei dire che ho speranza, che penso veramente che tutto questo possa cambiare. Voglio dirvi che voglio rimanere qui, nel Bel Paese, fatto di mare e monti, di colline verdi, di monumenti, musei, arte. Vorrei dirvi che mi piace vivere qui, che non sento l'esigenza di spostarmi da qualche parte del mondo che non sia così corrotta e così marcia come è diventata l'Italia. Vorrei dirvi tante cose...tante di quelle cose che non basterebbe una settimana. Non posso. Non posso certo dire che le cose si sistemeranno. Ho perso tutto. Ho perso la voglia di alzarmi al mattino e di continuare ad andare avanti. Non mi piace. Non mi piace lo scempio che vedo intorno. Non mi piace più niente. Ieri sera ho visto un film. Un film comico. E un film comico, se non sbaglio, dovrebbe farti ridere. A me ha lasciato addosso una gran tristezza, invece. Una malinconia di cose che non avverranno mai. Vorrei davvero che il paese venisse preso in cura da qualcuno di onesto. ONESTO. La parola è così bella da scrivere e da sentire. E' talmente rara e desueta che porta a pensare che neanche esista. Ma chi è onesto, davvero, al giorno d'oggi? Dal più piccolo al più grande, chi, davvero, si sente in grado di dichiararsi onesto? Sento gente dire che bisogna fare i furbi, che questo è un paese di furbi, che se non sei furbo ti fai fregare e basta e ti fregheranno sempre. Eh no...vi svelo un segreto...se anche quel piccolo stronzo che ha sempre cercato di fare le cose in buona fede, che ha sempre cercato di non ledere a nessuno, di essere onesto smette di esserlo perchè gli altri non lo sono, mi dispiace...ma non abbiamo più scampo. L'altro giorno mi hanno ammaccato la macchina. L'ho portata da un carrozziere e una mia amica mi ha chiesto "ma riesce a tirare fuori qualcosina in più per te?"...eh?!?...cosa vuol dire?...io faccio l'assicuratrice, cazzo...odio chi specula su queste cose. Ho un danno di mille e mi devo fare dare 1200??...perchè? Ecco...è da queste cose piccole che partono gli imbrogli grandi. Da queste cose insulse, che ci sembrano inezie, che partono le vere inculate. Basta...fate baste. FACCIAMO BASTA!!!... Facciamo davvero che la merda venga spazzata via e cominciamo da noi. Facciamo che tiriamo una bomba?!...Dio...non sapete come vorrei che davvero saltasse per aria tutto. Ci hanno anche concesso il diritto di votare...eppure non lo sfruttiamo. Una volta che c'è un partito che pare decente, un po' meglio degli altri, non lo votiamo perchè dobbiamo votare chi non farà andare al governo il peggio!...Ma non è che abbiamo un po' perso di vista la faccenda?! Dare un voto a qualcuno che magari farà qualcosa di buono, di nuovo, a qualcuno che magari ha davvero voglia di cambiare le cose, potrebbe essere una svolta. E invece no...lo chiamano voto inutile. Voto regalato a quelli cattivi. Ma voi per chi votate?! Per chi vi rappresenta o dove tira il vento? Io se non ci fosse stato questo partito qui non avrei votato proprio per niente. Non è andata bene, ovviamente, perchè siamo sempre dell'idea che cambiare non sia un bene. Rimaniamo radicati in quello che è il classico modo di vivere italiano. Gli italiani sono quelli che si incazzano perchè gli ausiliari gli fanno la multa se non pagano il parcheggio, sono quelli che si indignano per chi evade le tasse e evadono le tasse, sono quelli che vanno a messa e darebbero fuoco a tutti quelli che ritengono diversi, quelli che dicono di essere credenti e di seguire la parola di cristo e poi voltano le spalle a un disgraziato che chiede la carità. Gli italiani non hanno capito niente. Nei secoli si sono fatti infinocchiare...dai potenti, da chi tiene le fila, da chi dirige l'orchestra. E' inutile che dica che dobbiamo svegliarci...siete e siamo lobotomizzati...vi hanno fatto credere che siete nobili perchè lavorate...ma vi hanno trasformato in robottini che al mattino si mettono in fila con i loro suv pagati a rate per andare in fabbrica (sempre ammesso che ancora ci sia!). Gli italiani sono così...mangiano pane e cipolla e pagano sky per vedere film che fanno cagare e per seguire tutta la minchia di champions league. E poi ci sono gli italiani che sono davvero col culo per terra, quelli che davvero non hanno da mangiare, quelli che sono costretti ad alzare la mano per chiedere la carità. Quelli che al mattino si svegliano e non sanno dove sbattere la testa. Il lavoro non rende nobili. Il lavoro permette di vivere. Vivere nel tempo di quelle tre o quattro ore che ti rimangono quando hai smesso di lavorare. Ma lasciamo stare...anche qui di cose ce ne sarebbero da dire!...Le solite cose poi, quei discorsi che si fanno in fila alla cassa del supermercato o dal parrucchiere...quei discorsi che, alla fine, ti fanno dire... "ma chi me lo fa fare di rimanere in questo paese di merda? Faccio le valige e me ne vado nell'emisfero australe!"
martedì 22 gennaio 2013
Cinici non si nasce. Cinici si diventa. E’ inutile. Pure io, per quanto possa sembrarvi strano, non sono nata così cattiva e arrabbiata col mondo. Non ero così quando sono nata. Io ero una bambina romantica. E come tutti i bambini romantici mi piaceva spiare le coppie di ragazzi che si baciavano. Credevo nell'amore. Non sapevo cosa fosse, e mentirei se dicessi che adesso lo so, ma sapevo che esisteva. Se è per questo credevo anche a Babbo Natale e al Topino dei Denti. Tant’è…il tempo ha fatto il suo corso, gli eventi, le persone, le esperienze…e piano piano quel romanticismo è andato assopendosi. Da ragazzina mi perdevo ore a leggere frasi d’amore, poesie bellissime, lievi…mi piacevano i film con il lieto fine, e anche con quello struggente e triste perché “le donne arrivano ad amare anche il dolore purché sia romantico”…non è una frase dei Baci Perugina…è una certa Madame De Stael…va bene, dai…l’ho letta sui Baci e chiudiamola qui! Dicevo…credevo nell’anima gemella, ed ero certa che ogni desiderio espresso davanti agli occhi della luna piena si sarebbe avverato. Illusa!!...Per fortuna ho iniziato ad usare la mia testa, a pensare e a concretizzare, a mettere insieme i pezzi, a fare due più due. E da lì è partito il mio cinismo. Dieci anni fa? Quindici? Chissà…so solo che da quel momento in poi ho iniziato a raccogliere per strada solo gatti randagi, micetti che avevano bisogno di qualcuno che si prendesse cura di loro, che li istruisse, che insegnasse loro a vivere. Li ho presi per mano e accompagnati…non so perché. Forse volevo che davvero il vero amore non mi incontrasse, forse volevo non cadere nella banalità di chi si mette a costruire qualcosa come fanno tutti. Preferivo così. Preferivo pensare che ci sarebbe stato un futuro, che quel futuro sarebbe durato, ma non facevo niente per farlo diventare vero. Ma un giorno di pochi mesi fa mi sono svegliata e ho pensato che fosse ora di chiudere il gioco. L’ora di raccattare dalla strada solo gatti veri…a quelli a due zampe ci pensassero le altre, che hanno finito per trovarseli belli e pronti, con tutte le cose che ci sono da sapere in un rapporto….pivellini!...Teneteveli voi. Io non voglio più vedere due persone che camminano una davanti all’altra. Voglio il camminarsi accanto. Voglio che tutto quello che succede si affronti in due, che il carico venga suddiviso in parti eque. Voglio, pretendo…io merito. Adesso basta. E l’ho capito l’altro giorno…quando guardando coppie sposate che si divertivano ho pensato “forse il matrimonio fa schifo solo se ti sposi con la persona sbagliata. Forse diventa noioso solo se decidi di non dargli brio”…non è che sono tornata romantica, sia chiaro, ma sto aprendo un po’ le mie chiusure mentali (non tutte, ovvio. Le mie convinzioni principali rimangono!). Tipo…avevo in braccio la figlia della mia migliore amica l’altra sera…la facevo ballare e lei aveva appena mangiato…solo qualche mese fa avrei davvero avuto orrore al solo pensiero che potesse vomitarmi addosso…questa volta no. Questa volta pensavo a quanto fosse dolce annusare la sua testina morbida e profumata… a quanto fosse simpatica la sua bavina sbrodolosa…a quanto tutto sembrasse così semplice e perfetto come le sue guanciotte…e mentre la musica ci cullava, ho pensato che forse, ma proprio forse, non sarei neanche la pessima madre che solo poco tempo fa pensavo di poter essere.
martedì 8 gennaio 2013
Gli italiani sono bravi a fare un sacco di cose: la pizza, la pasta co' à pummarola in coppa, l'amore, suonare il mandolino. Ma in una cosa eccellono particolarmente...gli italiani sanno piangersi addosso come nessun altro al mondo (manco in Uganda, per fare un paragone). Da mattina a sera non facciamo altro che lamentarci, non arriviamo a fine mese, il governo ci ammazza di tasse, ci stanno prendendo in giro, siamo arrabbiati, non ne possiamo più, non possiamo comprarci casa, non possiamo fare quello che vogliamo...e intanto stiamo lì, a mangiare pane e cipolla per pagare la rata del Suv o dell'Iphone 5. Siamo un paese che fa ridere, dai, diciamoci la verità. Ci guardiamo il nostro bel Crozza che fa le battute su Ballarò, ci sintonizziamo su Benigni che ci legge la Divina Commedia o ci spiega la Costituzione...E intanto ridiamo, perchè pensiamo che ridere sia sempre meglio che piangere. Ci calmiamo un po' quando pensiamo che almeno abbiamo un lavoro....perchè sì, ci hanno fatto credere che il lavoro sia una fortuna, non un diritto. Ci hanno fatto credere che o stai con la testa chinata e piegato a novanta, o quella è la porta. Non è una fortuna avere un lavoro...è un diritto! Ci hanno fatto credere che il tempo è denaro...non è vero...il tempo è speso bene se passato facendo quello che si vuole fare! Lo sapete che, se tutte le risorse che abbiamo in Italia venissero usate correttamente, ci sarebbero il doppio dei posti lavoro, potremmo lavorare tutti a metà ore e con lo stesso stipendio?! Ci hanno fatto credere che stiamo bene...che finchè abbiamo da mangiare e possiamo guardare Maria de Filippi il sabato sera, non possiamo lamentarci. E intanto oliano, oliano, e noi continuiamo a fare finta di niente. Sblateriamo, discutiamo con chiunque incontriamo per strada, diciamo che andremo a votare perchè è un nostro diritto!...Non è un diritto...è un dovere...il problema è che da qualunque parti si guardi, dal più destro al più sinistro, fanno tutti schifo...e noi lo diciamo, lo sappiamo, lo scriviamo su facebook, facciamo le vignette divertenti perchè, oltre ad essere dei bravi pizzaioli, siamo anche dei bravi umoristi! Ma sì, ridiamoci sopra, facciamoci due risate con il Roberto nazionale che sembra stare dalla nostra parte (e intanto lui si è comprato la casa a Cesenatico sul mare e voi abitate in un monolocale in affitto!). Ascoltiamo Beppe Grillo che urla urla, che è un'ingiustizia...che il parlamento deve essere pulito...Sputiamo per terra quando vediamo Berlusconi, quando sentiamo parlare quel testa di mi...chia di Monti, quanto vediamo la Fornero piangere!!...(Scommetto che la stronza aveva le pinzette infilate nella tasca della gonna e si è data uno strattone alla chiappa per farsi venire le lacrime!). Dai, lo sappiamo che non possiamo andare avanti così! Ci stanno prendendo tutto! La nostra dignità, la libertà, le nostre vite! Prolungano la pensione a 70 anni perchè sperano che crepiamo prima (e così sarà!) in modo da non dovercela pagare quella pensione! Non ci danno soldi da spendere, ma loro ci si puliscono, perdonatemi il termine, il culo con tutti quelli che hanno! Ma ci va bene così? Oltre a lamentarci, che cosa facciamo? Sappiamo benissimo che c'è una soluzione sola, e la soluzione, ce lo insegna la storia, è la rivoluzione! Vogliamo farla pacificamente? Proviamoci. Non serve a niente? Armiamoci! Io sono sempre stata una non violenta...ma non possiamo continuare a permettere che ci facciano questo! Eppure stiamo qui, incazzati ma con le mani tra le mani, perchè, oltre tutto, ci hanno fatto credere che abbiamo anche qualcosa da perdere...in effetti sì...se ci arrendiamo possiamo andarcene all'estero...ma l'Italia è la nostra mamma, la culla dell'arte, delle montagne sul mare, dei paesaggi toscani che mozzano il fiato, delle bellezze del sud, dello smog del nord (ci rinuncereste?). L'Italia, il Bel Paese mica per niente! Rovinato, rovinato da tanta indecenza, dalla superbia, dalla tirannia, e dall'idiozia. La nostra! Siamo un paese di stupidi, di patetici! Siamo veramente patetici! SVEGLIAMOCI!! Bisogna agire! Si deve REAGIRE! Il loro tempo è agli sgoccioli, la nostra libertà è vicina...un passo, un solo passo, uno per uno, e possiamo cambiare tutto. Alziamoci da queste sedie (me compresa, ovvio!), riuniamoci, ricordiamoci cosa vuol dire essere italiani, ricordiamoci come abbiamo fatto ad arrivare fino ad oggi, ricordiamoci di coloro che hanno lottato e ci hanno regalato la vera libertà! Una libertà che adesso buttiamo nel cesso facendo finta di niente! Facciamo quello che c'è da fare...facciamo che il marcio, in un modo o nell'altro, vada eliminato...facciamo che l'era dell'acquario abbia un senso, facciamo che ci aiuti...
lunedì 24 dicembre 2012
PRESTO O TARDI...MA CAPITA
Capita a tutti, prima o poi. Alcuni se ne accorgono, altri non ci fanno caso, si limitano solo a dire "Non sento più il Natale". Sono anni che i Natali non sono più quelli di una volta. Se ne sono andati piano, un po' alla volta, peggiorando ogni anno. A prescindere dal valore che si da a questa festa. Io, per esempio, da piccola l'ho sempre visto come un momento in cui aspettarsi un regalo, poi, crescendo, di certo non l'ho mai considerato come una festa religiosa...ma un giorno diverso dagli altri, un giorno dove poter stare insieme alla mia famiglia, a ridere, litigare, guardare film trash, mangiare i cappelletti e la mostarda. Natale, alla fine, era questo. Un giorno...un giorno solo dove si sentiva un odore diverso dal solito. I vetri appannati in cucina, il profumo del brodo, le madonne che tirava mia nonna e la tavola apparecchiata...Di tutto questo non è rimasto più niente. Solo un presepe...immortale. Me lo ricordo da quando sono nata, e certe voci dicono che sia ancor più vecchio di me...e forse di mia mamma stessa. Compare in alcune foto di famiglia, di tanto in tanto. La cosa strana è che ha ancora voglia di suonare il suo carillon quando si gira l'abete sopra al tetto della capanna. Oltre a lui, più niente. E tutto è andato svanendo, piano piano, come se non me ne dovessi rendere conto, come se l'impatto, alla fine, potesse essere meno forte, meno traumatico. E invece no...purtroppo io ho i ricordi. Tavolate di cugine, zio, babbo...che poi sono andati scomparendo lasciando posti vuoti e poi rimpiazzati. Poi se ne è andata lei, la colonna portante, la sua linguaccia, i suoi occhiali e la maglia di pile. La nonna. Quella che teneva in piedi tutto. Crollata lei, tutto è andato a puttane. Cambiata location, cambiato cibo, posti che non si riempiranno più...E adesso neanche quelli. Tutto dimezzato, tutto andato. Domani sarà un giorno come un altro, davanti allo stesso camino di sempre, la tavola apparecchiata per quattro, un extra sulle portate, la mostarda non mancherà. Mia mamma piazzerà il cd di Bublè in sala a fare da colonna sonora a questo natale che forse neanche lei vorrebbe fosse così. Io penserò a mio padre che starà pranzando solo, al suo cane che non sta bene, alle cose che sarebbe stato bello dire e non si sono dette. Penserò a come sarebbe oggi se tutto fosse rimasto come trent'anni fa, se le cose non fossero cambiate. Penserò che rivoglio il Natale, la sua atmosfera. Penserò che l'unico modo per averlo sarà iniziare a farne uno mio...penserò ai Natali che verranno e magari saranno migliori, o non si festeggeranno neanche più. Penserò e basta. Tornerò a casa, berrò un bel bicchiere di acqua calda con limone e bicarbonato (che non sarà mai buono come quello che mi preparava la nonna) e mi metterò a fare qualcosa...dormire, forse. Leggere...mah. Guardare un film trash con la sorella. Natale...ogni anno sempre peggio, ogni anno rimane il giorno di riflessione per eccellenza. Il cambiamento della mia vita, il crescere, l'andare avanti. il segno del tempo che scorre e ci invecchia, ci muta, ci lascia ogni volta con un senso di angoscia e tristezza.
E a te...a te che guarderai tutto da dove sei, dovunque tu sia, dedico questa...perché quando l'ascolto ti penso. Perché già non erano più i Natali di una volta..ma da quando non ci sei, non è più Natale.
martedì 25 settembre 2012
Incontriamoci a metà
in quel bar con i tavolini di legno,
dove la radio è di quelle grandi,
antiche,
con le manopole marroni.
Incontriamoci lì,
sediamoci sulla panchina fuori,
quella dove il sole batte tutto il giorno.
Lasciamoci inondare dai suoi raggi caldi,
rimaniamo ad occhi chiusi.
Restiamo lì,
un'ora, due ore, una vita.
In silenzio,
senza parlare,
solo la mia mano nella tua.
Incontriamoci tra me e te.
Tra quello che sei e quello che sono,
in quello spazio che rimane tra noi,
quello dove ci si guarda
ma non ci si mischia.
Lasciamo che il tempo scorra,
non preoccupiamocene.
Rideremo quando vorremo ridere.
Dormiremo se saremo stanchi.
Balleremo un lento quando saremo tristi,
un pezzo rock quando saremo contenti.
Non avremo limiti
non faremo progetti
non avremo obblighi.
Incontriamoci lì,
a metà strada,
in quel bar che,
se cerchi bene,
esiste davvero.
(v.b.)
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